Il grande sonno italiano

(3 Gen 08)

Lietta Tornabuoni
E’ capitato che, dalle parti di via Veneto, per cinque giorni a Roma la posta non sia stata distribuita. È capitato che risultasse impossibile rinnovare l’assicurazione dell’auto il 27 e 28 dicembre, giorni non festivi; è capitato di sentirsi rispondere: «E lei per tre giorni circoli senza assicurazione, che sarà mai», come se non si potesse, in quei tre giorni, subire o infliggere danni. È capitato che i mezzi pubblici romani circolassero con lentezza lumacosa e che i cassonetti rigurgitanti non venissero vuotati per giorni.

È capitato che non pochi, con o senza il pretesto di influenza o mal di pancia, passassero a letto i giorni di festa, secondo il motto napoletano: «Mo’ vene Natale / non tengo danari / m’accatto ’o jurnale / me vaco a cuccà». È capitato che per giorni (salvo quei due o tre fatali punti turistici) Roma fosse spopolata, bellissima e quieta, capace di riprendersi la propria immagine.

Non si può dire, parlando in generale, che si trattasse d’inerzia o di atonia: perché nello stesso tempo milioni di auto partivano dalle grandi città per luoghi di vacanza, centinaia di migliaia di persone arrivavano sulle nevi dopo aver affrontato ingorghi, attese, incidenti e file. Una pazienza piena di energia non mancava neppure nelle metropoli: stare in piedi per ore nelle piazze al gelo, immobili oppure danzanti, pur di festeggiare in qualche modo, non è cosa poco faticosa né poco vitale.

Il grande sonno italiano ha riguardato soprattutto il lavoro: da Natale a (forse) la Befana, legittimato dalle feste di fine d’anno, è parso emergere o esplodere verso il lavoro un senso di disgusto, d’inutilità, persino d’intensa ingiustizia, certo di malavoglia e disamore.

Nonostante la mancanza o l’angosciosa ricerca d’occupazione, a chi lo ha il lavoro pareva vano: come se dover lavorare fosse una sopraffazione senza scopo né giustificazioni, la perenne maledizione dei dipendenti malpagati.

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