Il prezzo della continuità

(31 Dic 07)

Sergio Romano

Il presidente del Consiglio difende il suo governo. È testardo, combattivo, convinto di essere utile al Paese, sicuro di sé, persuaso che il tempo gli permetterà di fare le molte cose accantonate o rimandate nell’anno e mezzo passato a Palazzo Chigi. In linea di principio queste sono virtù, non difetti. Un uomo politico senza tenacia e ambizioni è generalmente un cattivo uomo di governo. Peccato tuttavia che Romano Prodi sia costretto a difendersi con argomenti e strategie che ricordano quanto di peggio esiste oggi nel sistema politico italiano. In primo luogo Prodi sostiene che la sola prospettiva ragionevole, dopo la caduta del suo governo, sarebbe l’immediato ritorno alle urne. Naturalmente non ignora che il Paese sarebbe costretto a votare con una legge elettorale che contribuisce alla frammentazione e non permette agli italiani di scegliere i loro rappresentanti. Ma questa prospettiva, a quanto pare, non lo preoccupa. Capiamo meglio questo atteggiamento se ricordiamo che Prodi, negli scorsi giorni, ha difeso i diritti dei piccoli partiti contro una legge elettorale che renderebbe difficile, con una più alta soglia di sbarramento, la loro sopravvivenza. Ma non sono i piccoli partiti, per l’appunto, uno dei mali della democrazia italiana? Non è Rifondazione comunista il partito che maggiormente condiziona la politica riformista che Prodi e Tommaso Padoa- Schioppa ritengono necessaria alla modernizzazione dell’Italia?

E ancora: è possibile sostenere l’utilità dei piccoli partiti ed essere contemporaneamente favorevole al dialogo fra il segretario del Partito democratico e il leader dell’opposizione? Berlusconi e Veltroni hanno un disegno in comune. Pensano che l’Italia abbia bisogno di due grandi partiti «a vocazione maggioritaria » e cercano di creare le condizioni per la nascita di un bipartitismo, sia pure parziale. Prodi, evidentemente, non vuole che questo accada. Preferisce la legge Calderoli e lo stallo istituzionale. Non è tutto. Prodi ammonisce che un nuovo esecutivo, dopo la caduta del suo, potrebbe scontrarsi con la sfiducia della Camera. Questa non è una constatazione: è una minaccia. Lette tra le righe le parole del premier sono un ammonimento indirizzato a quei membri del Pd che pensano a un governo di transizione, costituito per approvare una nuova legge elettorale e qualche riforma istituzionale.

Prodi, quindi, non vuole riforme. Vuole soltanto durare. La colpa, beninteso, non è interamente sua, è anche di tutti coloro che hanno creduto di potere riformare la legge elettorale e le istituzioni lasciando a Palazzo Chigi un governo che ne sarebbe inevitabilmente danneggiato. Non è la prima volta. Anche la Bicamerale di Massimo D’Alema dovette scontrarsi con la diffidenza di un governo (Prodi, anche allora) in seno al quale i molti consideravano la riforma della Costituzione come un pericolo per il loro futuro.

Ciò che sta accadendo in questi giorni dimostra che non si può riformare il sistema politico se il governo non collabora. È giunto il momento di scegliere. Chi sostiene la stabilità del governo ammetta con franchezza che preferisce l’Italia d’oggi — con le croniche contraddizioni, i continui bisticci, le maggioranze eterogenee e i governi inefficienti — a qualsiasi riforma del sistema politico. Chi vuole cambiare ed è convinto che l’Italia abbia urgente bisogno di nuove leggi per votare e governare, ammetta che Prodi rappresenta un ostacolo sulla strada del rinnovamento e che un governo «tecnico» sarebbe molto più adatto allo scopo.

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