Che sorpresa l’operaio esiste ancora

(2 Gen 07)

Giuseppe Berta
Qual è il posto del lavoro industriale nella società italiana d’oggi? È una domanda che gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno riportato d’attualità, dopo un periodo in cui il mondo dell’industria e della fabbrica era sembrato diventare opaco. Poi, in rapida sequenza, la consultazione sindacale sul welfare e la questione salariale connessa al problema del rinnovo del contratto dei metalmeccanici, il progetto della Fiat di ammodernare radicalmente l’impianto di Pomigliano d’Arco e infine il terribile rogo della ThyssenKrupp hanno ridestato l’interesse sulla condizione dei lavoratori dell’industria. È ricominciata così una discussione che il nostro Paese non ha mai condotto fino in fondo circa l’incidenza e il ruolo che le attività specificamente connesse all’industria detengono nel complesso dell’occupazione. Ridotto all’osso, l’interrogativo riguarda il lavoro operaio: quali sono il suo peso e la sua importanza rispetto alle tendenze del mercato del lavoro? Si tratta di una realtà destinata a diventare residuale o, al contrario, a mantenere un rilievo quantitativo? Lavorare nell’industria di trasformazione permarrà ancora come paradigma sociale?

Sono queste le domande che confusamente si assommano quando parliamo degli operai italiani. Che continuano a essere numerosi, più numerosi di quanto siano quelli presenti nei Paesi con cui ci confrontiamo più spesso. La Francia, il Regno Unito, persino il Giappone hanno in percentuale meno operai di noi sul totale degli occupati. Per non parlare degli Usa, dove rappresentano non molto più del 10% dell’occupazione complessiva. Fra le nazioni sviluppate, la Germania ci supera, ma quello tedesco è un apparato produttivo di ampiezza e concentrazione impressionanti. Al contrario, la nostra industria è dispersa in unità produttive di dimensioni ridotte. Le grandi fabbriche invece sono poche; forse per questo tendiamo a seguirne le vicende concedendo loro maggiore evidenza, ma finendo magari col dimenticare che la massa del lavoro operaio si distribuisce in miriadi di piccoli impianti. Ciò rende più difficile percepire l’effettiva consistenza sociale dei lavoratori dell’industria. I quali, per questa ragione, incontrano seri ostacoli anche sul piano della rappresentanza sindacale. Il contratto collettivo dei metalmeccanici costituisce uno dei pochi grandi riti pubblici del nostro Paese transitati pressoché intatti dalla prima alla Seconda Repubblica. Se ne invoca sempre una correzione radicale, ma una riforma della contrattazione non si è ancora delineata. La politica sindacale è condizionata appunto da questa situazione di eterogeneità: la scelta logica sarebbe di portare il negoziato più vicino ai luoghi dove si produce, ma sembra cozzare con una realtà troppo frastagliata, ardua da governare con regole e procedure comuni. E così prevale la spinta alla continuità.

Eppure il nodo sindacale è da sciogliere, se si vuole dare il riconoscimento cui il lavoro industriale ha titolo. In questi anni, si è compiuto anche un ringiovanimento della popolazione di fabbrica. Non ci sono soltanto gli operai giunti all’età in cui si punta al traguardo della pensione; ce ne sono molti altri che sono giovani, in possesso di capacità e requisiti professionali che ne fanno dei soggetti interessanti sul mercato del lavoro, in grado di sostituire rapidamente un posto con un altro. Sono già loro ad animare unità produttive di cui un moderno sistema economico continuerà ad avere bisogno, anche se non avranno più il valore simbolico del passato. Questo è il punto che occorre tenere presente: nel futuro fabbriche e operai non aumenteranno nell’Occidente sviluppato. Ma nemmeno usciranno di scena, con le forme di organizzazione e di sapere produttivo cui hanno dato vita. La loro rappresentanza sarà tanto più efficace quanto più riuscirà a essere pragmatica, agganciata ai dati concreti e mutevoli della loro condizione, in modo da garantirne remunerazione e tutela. Ciò che non serve davvero più è l’ideologia, sia quando parli al passato, rivendicando una centralità sociale che non può esistere in una società come la nostra, sia quando indugi su una futuribile e improbabile scomparsa del lavoro.

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1 Response to “Che sorpresa l’operaio esiste ancora”


  1. 1 pietro ottobre 26, 2008 alle 4:50 pm

    Nel paese di Pulcinella, Arlecchino, Ballanzone….

    Prima c’è stata una lunga predicazione sulla fine della classe operaia. Ci hanno spiegato tutti i pennivendoli del Regime, ma sopratutto tutti coloro che dall’opposizione agognavano a traghettarsi dall’altra parte, che la rivoluzione tecnologica intervenuta nel processo produttivo aveva azzerato la “classe operaia” ed aveva generato nuove figure professionali; in verità il processo produttivo non c’entra niente: le nuove figure di disgraziati del lavoro sono state create dal pacchetto Treu e poi dalla legge Biagi e dagli accordi di luglio 2007 sul walfare.
    Vado a controllare i dati Istat e la classe lavoratrice italiana è più o meno quella di venti anni fa o addirittura di quaranta anni fa. Si tratta di circa ventidue milioni di persone. All’interno di questa, oltre la naturale fisiologica evoluzione del settore dei servizi e del cosidetto quaternario,
    i settori fondamentali dell’industria sono rimasti più o meno gli stessi. Quanti sono i metalmeccanici oggi? Più o meno quanto erano prima. Quindi nessuna scomparsa della classe operaia. Semmai sono scomparsi i sindacati ed i partiti che si richiamavano ai suoi valori. I sindacati confederali dagli accordi di concertazione del 1993 sono diventati praticamente parastatali, un pezzo della macroeconomia, un puntello della Confindustria. Dal 1993 ad oggi l’impoverimento dei lavoratori è un dato costante inghiottito dai pitoni della triplice Cgil,Cisl,Uil.

    Da alcuni anni a questa parte, questa “classe operaia scomparsa” è sottoposta ad un bombardamento quotidiano da parte dei pennivendoli pagati da Berlusconi e dalla Confindustria: sono fannulloni, lazzaroni, assenteisti, ignoranti…. Brunetta si è financo inventato dati falsi per parlare di tassi di assenteismo. Chi si azzarda a difendere il suo pane quotidiano come i dipendenti Alitalia sono profittatori, parassiti, mangia pane a tradimento….. Statali, professori, dipendenti pubblici, tutti alla Gogna Mediatica organizzata dal Cavaliere e dai suoi solerti amici alla quale non si sottraggono pezzi autorevoli della “sinistra” che hanno fatto del liberismo la religione con la quale hanno sostituito il comunismo.

    Mi domando: se in Italia ci sono oltre venti milioni di mangiapane a tradimento, di gente che vive sulle tasse pagate dai “contribuenti” e della rendita del lavoro a tempo “indeterminato”, (altro scandalo per i benpensanti che vorrebbero tutti precari..), chi si salva in questo Paese?

    A parte i giornalisti che producono, con ricchi sostentamenti statali, i loro pezzi di odio sociale quotidiano, in questo Paese si salvano i bottegai,
    i commercianti, i farmacisti, gli avvocati, i notai, gli industriali insomma le categorie “autonome” che parlano di mercato in un Paese a prezzi controllati ed amministrati da un oligopolio feroce e rapace. Avete provato a comprare una aspirina a Parigi? Costa un terzo che in Italia!
    Tutte queste brave persone che tengono in piedi l’Italia hanno creato un sistema rigidissimo di costi che stringono come un cappio al collo le famiglie: energia, assicurazioni, banche, affitti di case, acqua, trasporti..
    Ma tutto questo non basta: è necessario criminalizzare tutto il mondo del lavoro dipendente italiano ed immigrato. Meno contano socialmente i lavoratori e meno costano alle imprese! Meno soldi ci sono per scuola e sanità e più soldi ci saranno per la nuova Casta che non è fatta solo di politici ma anche dei managers più ingordi del mondo e da una imprenditoria che è sempre vissuta sulle pubbliche commesse (come la banda che si è radunata nella Cai di Colanino)….
    pietro ancona


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