La rivolta del Golem

(28 Dic 07)

Barbara Spinelli
Il fanatismo che ieri ha ucciso Benazir Bhutto durante un comizio a Rawalpindi non è una macchina da guerra globale e di conseguenza inafferrabile, come spesso usiamo dire non sapendo bene che dire: è un mostro che è nato in Pakistan, che dal Pakistan si è esteso al mondo fino a lambire le città d’Occidente, che in Pakistan ha da quasi trent’anni il suo regno. Anche il mezzo bellico cui ricorrono gli assassini è stato coltivato e perfezionato in quella zona, per motivi legati alla sua instabilità incessante: l’attentatore sceglie di trasformarsi in bomba umana perché questa è l’arma moderna del debole contro Paesi o eserciti che non possono esser combattuti e vinti con arsenali simmetricamente potenti. L’Unione Sovietica poté esser combattuta e vinta solo da fondamentalisti pronti a morire, e qui va cercato il motivo per cui furono in tanti ad appoggiarli, addestrarli, finanziarli: Stati Uniti e Pakistan in testa. La stessa Bhutto, quando incontrò Clinton a Washington nella primavera del ’95, presentò i talebani come forza filo-pakistana che sarebbe tornata utile per stabilizzare l’Afghanistan.

Ora il Golem fabbricato dai governi americani e dai loro alleati si rivolta contro i propri originari padrini, e sono questi ultimi a esser combattuti e sfiancati da un metodo di lotta – l’attentato suicida – che è il più letale che esista perché sacrifica l’assassino assieme all’assassinato.

E’ un metodo che il terrorismo internazionale usa ormai con agilità, ma che ha fra i suoi addestratori i regimi militari che si sono succeduti in Pakistan negli ultimi decenni. Più precisamente, ha alle spalle i servizi segreti (l’Isi: Inter-Services Intelligence) che negli Anni 70 e 80 allenarono i combattenti delle scuole integraliste islamiche, scatenandoli di volta in volta contro l’India nel Kashmir o contro l’occupante sovietico in Afghanistan. I talebani sono figli dell’Isi, o comunque di quelle schegge dell’Isi che Musharraf contrasta e di cui è simultaneamente complice. Non è senza significato che Bin Laden e al-Zawahiri vivano in zona pakistana, fin qui senza assilli.

Contro il terrorismo che ci ostiniamo a chiamare globale l’Occidente è in guerra da più di sei anni, senza costrutto e senza idee persuasive. Non è un Grande Gioco locale che sta facendo, sulla falsariga del Great Game dell’impero britannico tra ‘800 e ‘900, ma un gioco ancora più nullo del Great Game: mondializzando lo scontro e chiamandolo scontro di civiltà, Stati Uniti e alleati stanno di fatto estendendolo oltre l’Afghanistan, nel Pakistan dotato di atomica, e trasformando un’intera regione in caos, come spiega molto bene Saleem Shahzad nel suo reportage per La Stampa. Questa guerra non solo è senza fine, come disse Bush nell’autunno 2001 quando annunciò un’impresa bellica di «molte generazioni». È una guerra che combattiamo in alleanza con il Pakistan, che è la fonte principale del male e comunque la roccaforte dei nostri avversari. Da anni, l’amministrazione Usa riempie Islamabad di denaro (10 miliardi di dollari dal 2001) senza porre condizioni di sorta. Questa è la premessa di ogni discorso, nel momento in cui gli occidentali piangono Benazir Bhutto e, mentendo, giudicano «destabilizzata» una democrazia inesistente e un regime da sempre instabile.

Benazir Bhutto certamente percepì la vastità dell’imbroglio, quando nell’ottobre scorso tornò in patria con l’assistenza di Washington. Vi ritornò promettendo a Bush un patto con Musharraf e i servizi pakistani: un patto che forse avrebbe risparmiato a lei un processo per corruzione, ma di sicuro avrebbe consentito a Musharraf di proseguire l’ambigua politica verso il fanatismo islamico. Una politica fatta in superficie di resistenza, sotto terra di connivenza o passività. Una politica che avrebbe permesso al generale-presidente di tollerare quello che nessuno Stato può tollerare: l’esistenza ai propri confini di intere regioni governate dai talebani (le cosiddette Zone Tribali). Le incursioni contro Karzai e gli occidentali partono da lì, e sono imbattibili non perché globali, ma perché hanno una base da cui partire e in cui rifugiarsi. Nessuna guerriglia con una base forte è debellabile. Contro simile caos la Bhutto aveva cominciato a ribellarsi.

Questo è il vespaio in cui si è andata a cacciare la lotta armata di Bush al terrorismo: una lotta cui partecipano molti europei, tra cui gli italiani, senza più sapere esattamente perché e per quanto tempo. Questo il groviglio che, irrisolto localmente, tanto più efficacemente si nasconde e si arma dietro a sigle globali come Al Qaeda. Della morte di Benazir Bhutto siamo responsabili anche noi, che abbiamo fatto crescere un bubbone così tremendo tra India e Afghanistan, sostenendo in origine gli integralisti antisovietici e poi un governo a Kabul che ancora rifiuta di riconoscere il confine che lo separa dal Pakistan. Ci siamo alleati con chi si sarebbe poi mobilitato contro l’America, contro la Bhutto. Che più volte si è mobilitato contro lo stesso Musharraf.

L’alleanza col Diavolo è un’arma geopolitica classica. Fu adoperata anche nella prima metà del ‘900. Ci si alleò con Stalin, pur di vincere Hitler. Poi però l’alleanza s’infranse e comunque nulla di quel che accade oggi somiglia a ieri. Lì una guerra finì, qui una guerra è agli inizi. Qui non siamo di fronte all’alleanza con un Diavolo minore per sconfiggere il Diavolo maggiore. Qui ci si allea con il male stesso che si pretende debellare.

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