Un governo per crescere

(27 Dic 07)

Luca Ricolfi
La minaccia al premier è un classico di questa legislatura: se non fai come dico io non ti sostengo più, e se io non ti sostengo tu sei costretto a fare le valigie. Più o meno scopertamente l’hanno esercitata un po’ tutti, partiti, sindacati, ministri, sottosegretari, singoli politici della maggioranza. Che ora ci riprovi per l’ennesima volta Lamberto Dini non sarebbe una notizia, se non fosse che – con l’approvazione della Finanziaria – la minaccia è diventata improvvisamente credibile. Fino a ieri si scherzava, perché tutti avevano qualche motivo – talora buono, più spesso cattivo – per evitare il naufragio della Finanziaria.

E con essa della solita miriade di provvedimenti di spesa caldeggiati da partiti, correnti, gruppi, singoli parlamentari. Ma adesso non più, il carrozzone è ormai transitato e possiamo ricominciare finalmente a litigare sul serio. Dini, dopo aver ingoiato il rospo della Finanziaria, ha fatto la prima mossa del nuovo gioco, gli alleati gli sono subito volati contro, l’opposizione di centro-destra gongola. Forse Prodi cadrà e nel giro di qualche mese avremo un nuovo governo, nuove elezioni, o entrambe le cose. Anno nuovo governo nuovo. Sarebbe un bene per l’Italia?

Non è affatto detto, anche se è difficile immaginare un esecutivo ancora più dannoso e scomposto di quello che ci ha governati in questa legislatura. Se Prodi dovesse cadere lo scenario più probabile sarebbe quello di un governo che dimentica i (noiosi) problemi della gente comune – potere di acquisto, sicurezza, Stato sociale, infrastrutture – e si concentra sulle delizie dei professionisti della politica: riforme istituzionali, legge elettorale, regolamenti parlamentari. Insomma, un 2008 divertentissimo per loro e noiosissimo per noi. Perché è improbabile che un nuovo governo affronti i problemi che più stanno a cuore alla gente comune?

Una prima ragione è che i nostri politici si sono autoconvinti che se non riescono a decidere non è colpa loro, ma delle istituzioni. Si sentono come Schumacher alla guida di una Cinquecento. Non riuscendo a fare un solo metro di strada, aspettano che il Parlamento regali loro una Ferrari – ossia istituzioni nuove di zecca – per farci vedere di che cosa siano capaci. Ma c’è una ragione più seria che mi rende scettico sulle chance di un nuovo governo. Se Prodi cadrà, sarà per mano del «partito del rigore», anche se – verosimilmente – la colpa verrà addossata a Rifondazione comunista e ai suoi satelliti. Il nuovo esecutivo, di fatto, governerà contro Rifondazione e i sindacati, e proverà a fare quel che Prodi e Padoa-Schioppa hanno sempre promesso nei loro Dpef, senza però mai mantenere l’impegno a causa dell’opposizione della sinistra estrema: una politica tecnocratica, che punta a risanare i conti tenendo alta la pressione fiscale e tagliando la spesa corrente. È facile prevedere che una simile politica, anche ammesso che sia ragionevole, non avrebbe alcuna possibilità di passare in un Paese con i problemi dell’Italia di oggi. Ma è ragionevole una simile politica?

A mio parere no. La sinistra estrema ha torto a snobbare il problema del debito pubblico, a invocare ogni volta nuove spese senza mai concedere contropartite, a credere che le risorse che mancano si possano mettere sul piatto semplicemente evocando Robin Hood, ossia un trasferimento massiccio di quattrini dai ricchi ai poveri, dai profitti ai salari. Ma la sinistra estrema ha perfettamente ragione a ricordarci che il potere di acquisto delle famiglie è drammaticamente insufficiente e ha subito proprio quest’anno una serie di colpi gravissimi. Così come ha ragione a ricordarci che lo Stato sociale italiano è sì sprecone ma è anche incompleto: mancano asili nido, servizi agli anziani, ammortizzatori sociali, politiche contro la povertà, tutte cose che i difensori del rigore non amano sentirsi ripetere.

Il problema centrale che un nuovo governo dovrebbe affrontare, in altre parole, non è di liberarci finalmente dalla sinistra estrema, ma di prenderne sul serio i problemi senza sposarne le soluzioni.

Insomma, liberarci dal partito della spesa senza consegnarci a quello dei banchieri. Questa doppia liberazione richiederebbe, a mio parere, tre impegni fondamentali. Il primo è di non destinare i risultati della lotta all’evasione a nuove spese bensì ad azioni incisive di promozione della crescita, a partire da una vera riduzione delle imposte che gravano sulle attività produttive (il contrario di quel che si è fatto con le ultime due finanziarie), per poi passare a sgravi in favore delle famiglie. Il secondo impegno è quello di rafforzare lo Stato sociale esclusivamente mediante meccanismi virtuosi, come l’obbligo di copertura di qualsiasi nuova spesa mediante una quota rilevante – ad esempio il 70% – ricavata dall’eliminazione di sprechi. In concreto, un meccanismo abbastanza simile al cosiddetto cofinanziamento: il ministro X vuole spendere 100 per un nuovo servizio, il governo gli concede 30 ma solo dopo che il ministro ha già raccolto 70 eliminando sprechi in un servizio preesistente (secondo valutazioni prudenti, gli sprechi eliminabili senza ridurre i servizi erogati superano ampiamente i 50 miliardi di euro all’anno). Il terzo impegno è a non bruciare l’intero avanzo primario per la riduzione del debito, puntando invece sulla crescita e – fintantoché la crescita da sola non bastasse – su un piano oculato di dismissioni e privatizzazioni (a qualcuno sembrerà sorprendente, ma un misero 0.8% in più di crescita del Pil sarebbe bastato, negli ultimi dieci anni, ad abbattere il rapporto debito/Pil dell’Italia senza alcun sacrificio aggiuntivo).

Un programma del genere, allo stato attuale, non piace né alla destra né alla sinistra, perché non promette miracoli a nessuno. Esso ha però forse il vantaggio di salvare le ragioni che hanno condotto tanti italiani a sperare nel centro-sinistra, e al tempo stesso di non ignorare le ragioni che portano oggi tre italiani su quattro a voltare le spalle al governo Prodi.

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