Il pensiero unico di Natale

(27 Dic 07)

Lietta Tornabuoni
Ci voleva Natale per capire bene quello che potremmo chiamare (non in senso filosofico, ma letterale) il pensiero unico. Le persone non parlavano che di progetti natalizi («Andiamo da mia cognata, Vengono tutti da noi, A Firenze da mio figlio, Una scappata d’un giorno al paese, Forse Londra o forse no»), di roba da mangiare («Lasagna coi carciofi, affettati, brodo, tacchino»). Parlavano meno dei regali, ridotti in quantità e valore, più fatti che ricevuti, oggetto di mutamenti sociali: anche i doni aziendali (per fortuna, essendo un’abitudine irragionevole oppure corruttrice) sono molto diminuiti, fin quasi a estinguersi. Armani è stato il primo, già anni fa, a mandare a Natale un elegante biglietto di auguri con l’avvertimento che i fondi previsti per i regali sarebbero stati versati all’Unicef, ai bambini miseri d’una zona africana, ad altri enti: poco a poco, la Rai e molte altre aziende ne hanno seguito l’esempio. Gesto utile e generoso, ma perché impiegarvi i soldi destinati ai doni altrui anziché i soldi propri?

Bambine benefiche chiamate Chanel (è l’ultimo trend popolare, insieme con i nomi Giada o Lavinia) spedivano due euro col telefonino. Natale ha impazzato alla televisione e sui giornali, alternato ai delitti di famiglia più atroci, ai crimini più difficili da risolvere: cerimonie religiose, non-notizie, fumetti e film natalizi, apparizioni promozionali di registi e interpreti di film di Natale, concerti di musiche d’occasione, eserciti di persone (anche bimbi piccoli) vestite di rosso con la barba bianca: era già un miracolo che non vestissero da Babbo Natale Giorgino, Magalli o l’inviato a Kabul. Ieri è stato un giorno di pausa, oggi tutto ricomincia finalizzato al Capodanno o addirittura, allo scopo di prolungare il più possibile «le feste», all’Epifania.

Un sospetto, o almeno un dubbio: non sarà che il pensiero unico di Natale funzioni pure in altri momenti dell’anno, non sarà che parliamo tutti delle stesse cose negli stessi identici termini, non sarà che stiamo disimparando a usare la testa?

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