Costituzione tradita

(27 Dic 07)

Michele Ainis
Diciamolo: è un compleanno amaro, per la nostra vecchia Carta. Sessant’anni fa, Enrico De Nicola la promulgò sotto lo sguardo accigliato di Terracini e De Gasperi; ne resta una fotografia sbiadita, in bianco e nero come certe foto della nonna. D’altronde in questo torno d’anni si è sbiadita pure la nostra memoria collettiva. Eppure cinque giorni prima la facciata di Montecitorio s’accendeva come una luminaria, mentre l’Assemblea costituente esprimeva il voto decisivo: dentro il palazzo i bagliori dei fotografi, con le loro macchine al lampo di magnesio; fuori una girandola di luci e il campanone che suona a distesa nella piazza.

Ci fu anche un fuoriprogramma, con un gruppo di garibaldini assiepati nelle tribune di Montecitorio che intonò l’Inno di Mameli, subito imitato dall’intera assemblea.

Ma la distanza che ormai separa il popolo italiano dalla sua Costituzione non è colpa di quelle camicie rosse, di quelle barbe incanutite. Per un testo costituzionale la longevità è anzi prova di vigore. Significa che la pianta ha messo radici nella società civile, rendendola al contempo più forte, più coesa. Non è forse per questo che la Costituzione più vetusta del pianeta – quella americana – rappresenta anche l’emblema della nazione più potente del pianeta? Eppure in quella Costituzione si parla ancora degli indiani. Insomma la durata, la capacità d’opporsi all’usura del tempo, descrive la specifica virtù di ogni documento costituzionale; e ogni suo anniversario segna perciò un successo. Ma in Italia no, non è così. Non è una festa quella che celebriamo in questi giorni. Piuttosto l’occasione per riflettere sulla nostra identità civile, sulla nostra qualità di cittadini. Perché sta di fatto che nei suoi sessant’anni di vita la Costituzione italiana ha ricevuto in sorte un triplice tradimento. E questo tradimento è un po’ come il peccato originale da cui discende l’illegalità che ci circonda: non puoi avere rispetto per le leggi, quando t’insegnano che non ne è dovuto per la legge più alta, per la legge delle leggi.

In primo luogo, la Carta del 1947 rimane un documento misterioso. I più non la conoscono, non ne hanno mai letto il testo. Colpa della sua scarsa diffusione nelle scuole così come nelle case. Ma anche colpa dell’educazione civica, il più negletto fra i nostri insegnamenti. Nei giorni scorsi vi ha puntato l’indice il presidente Napolitano, e ha fatto bene. L’Osservatorio permanente giovani-editori ha stampato la Costituzione in un milione e mezzo d’esemplari, e anche questa è una buona iniziativa. Difatti non è vero che cittadini si nasce solo perché è cittadino il genitore. No, cittadini si diventa. Siamo cittadini in quanto conosciamo il patrimonio di diritti che ci hanno lasciato in dote le generazioni precedenti, e in quanto conosciamo altresì i nostri specifici doveri.

Ma che ne sappiamo delle libertà costituzionali, che ne sappiamo dell’architettura dei poteri? Bene che vada, abbiamo sentito parlare di ciò che non funziona – due Camere gemelle, un premier troppo debole, il federalismo incompiuto. Da almeno trent’anni la politica ci trasmette l’immagine di una Costituzione difettosa, senza tuttavia riuscire a riformarla. Questo è il secondo tradimento alla legalità costituzionale, giacché ci ha condotto in ultimo a vivere da separati in casa con le nostre istituzioni. Per forza: è un po’ come dire a una donna «vorrei lasciarti», e dirglielo ogni giorno, e poi non farlo mai. Difficile ottenerne in cambio devozione. Nel 1988 fu Maccanico il primo ministro deputato alle riforme, capofila d’una lunga schiera, fino al ministro attuale Chiti; se il prossimo governo introdurrà in sua vece un ministro per l’attuazione della Costituzione, forse la Repubblica ne guadagnerà in salute, e forse potremo battezzare anche qualche riforma ben mirata.

Ma il tradimento più nefasto è il terzo. Muove da lontano, perché la nostra Carta fu tradita quand’era ancora in fasce, amputandola dei suoi organi essenziali: e così la Consulta debuttò dopo 8 anni di ritardo, il Csm dopo 10, le Regioni dopo 22. Attuazioni tardive, ma in molti casi anche distorte e deformanti. A leggerne da cima a fondo il testo, si danno infatti almeno 15 circostanze in cui la prassi viaggia in direzione opposta rispetto alla lettera della Costituzione. Significa che per oltre un decimo quest’ultima è stata rimpiazzata da una norma non scritta, una norma dove per esempio il Parlamento è ostaggio di maxiemendamenti e voti di fiducia, e dove gli italiani sono ostaggio dei partiti. Ecco, è questa doppia legalità – l’una formale, l’altra reale – il veleno della nostra convivenza. Perché alla fine non prendiamo più sul serio né la seconda né la prima.

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