La preda italiana

(23 Dic 07)

Lucia Annunziata
Quando un giornale straniero, possibilmente anglosassone, scrive contro l’Italia – e questa settimana il Times di Londra che parla di angoscia si unisce al «malessere» evocato dal New York Times una settimana fa – il nostro Paese va in schizofrenia: c’è chi pensa al complotto e chi fa mea culpa. Noi vorremmo invece parlare di mercato. E di Alitalia, e di Telecom, e di Eni, di Enel e della competizione in corso sul futuro delle nostre aziende nazionali. Perché alla fine di questo si tratta.

Se questi giornali, specie gli anglosassoni, cominciano a parlare di noi passando dal trionfo del genio italiano al pessimismo, la spiegazione è la più semplice: il mondo finanziario e politico dei Paesi più forti si è accorto della nostra debolezza. Non tanto di quella politica, quella dentro il mercato internazionale. Con la sua onnipresente – e pragmatica – voce l’ambasciatore americano a Roma, Spogli, questa settimana ha avvertito che l’Italia «corre il rischio di uno sminuito ruolo internazionale», e di un conseguente «scivolone nella lista dei partner economici globali degli Usa». «I migliori amici dell’America sono i suoi partner economici», ha concluso, senza mancare di notare che gli investimenti americani sono da noi di circa 17 miliardi di dollari, e quelli in Spagna quasi 50 miliardi. Gli anglosassoni, insomma, sentono, come tutte le nazioni a forte economia, l’odore del sangue. E, dopo l’annuncio del nostro superamento economico da parte della Spagna, che l’Italia sia nella posizione di grande preda è diventata una consapevolezza popolare.

Non a caso l’attenzione dei quotidiani stranieri si manifesta (e si alimenta) mentre è in corso la vicenda Alitalia, oggi forse la contesa che meglio testimonia lo stato del nostro Paese. Nella corsa per «salvare» la nostra compagnia di bandiera si confrontano da una parte uno dei maggiori gruppi mondiali, Air France, che può contare su una grande liquidità, mentre dall’altra l’Italia schiera in campo la piccola AirOne, che dovrebbe assorbire la più grande, con l’aiuto soprattutto di Banca Intesa. Chi scegliereste voi?

Il punto della vicenda Alitalia, tuttavia, non è la scelta, bensì la asimmetricità delle forze in campo. Che è la esatta rappresentazione della nostra forza sul mercato. Pensiamo alla vicenda, lunga e «pesante» per tutti i suoi ricaschi politici, della Telecom, alla fine salvata dalla ben più efficiente Telefonica, spagnola, con un esile accordo sulla governance in mano italiana; e pensiamo, prima ancora, al lungo periodo delle acquisizioni delle banche, per cui si mobilitò persino il governatore Draghi, invitando gli istituti italiani a rafforzarsi, per non essere troppo esposti ad assalti stranieri. C’è poi il braccio di ferro sull’energia, con l’Eni oggi sotto attacco in Kazakistan, dove è leader operatore del progetto, da parte della americana Exxon, e con Gazprom che giganteggia ormai in tutta Europa. C’è infine all’orizzonte la decisiva partita delle Generali, ancora una volta con i francesi.

Questa competizione non sempre si è risolta a svantaggio dell’Italia – dopotutto la Fiat è riuscita a non vendere e a rimettersi in piedi, e l’Enel ha comprato Endesa, e l’Eni procede con acquisizioni come l’ultima di Burren, in Inghilterra, mentre Unicredit ha fatto acquisizioni in Germania. Ma il rapporto di forza rimane un’eccezione, e la debolezza una condizione.

All’ombra di questa tensione si è creato in Italia una sorta di nuovo bipolarismo, fra europeisti e italianisti. Ma la barriera della «italianità» è finora servita più da collante per le periodiche mobilitazioni di soccorso che sul mercato; l’italianità essendo un concetto, mentre il mercato, dopo l’introduzione dello spazio europeo, vive di concorrenza. Ne sa qualcosa l’ex governatore Fazio che, al di là di tutto, di una esasperata difesa di questa italianità è stato una delle prime vittime.

Cosa rimane, al fondo di questo giro nel pessimismo italiano? Nonostante tutto, rimane la politica, viene da dire. Non quella «protezionista» della nostra identità, ma quella che dovrebbe riuscire a stabilizzare il paese. I segnali di una possibile ripresa ci sono: due giorni fa, ad esempio, sono arrivati dati di un boom quasi miracoloso delle nostre esportazioni (superata la Francia!). Ma senza un forte perno centrale non c’è nessun rilancio economico. Il che prova quanto abbia ragione del Procuratore della Corte dei Conti, Pasqualucci, quando ripete che, alla fin fine, il maggior costo della politica è l’instabilità di governo.

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