Il dono senza perchè

(23 Dic 07)

Barbara Spinelli
E’ naturale che giornali e televisioni si affollino, da molti giorni, di parole e immagini sul Natale che viene e in modo speciale sul rito associato da tempo immemoriale alla divina festa: parlo di quel che vien chiamato lo scambio dei doni. Vien chiamato così ed è già una stortura: perché nessun dono, se è dono, è accostabile allo scambiare, allo stipulare contratti, a un dare condizionato. È un evento che crea società stretta oltre che promiscuità privata, ma, come accade per l’uomo che in San Paolo vive presso Dio, il prodigare è della società e non della società, usa il mondo come se non l’usasse appieno. È qualcosa di misterioso, di estraneo a ogni mercanteggiare. È estraneo perfino alla fiducia, che è ingrediente cruciale del vivere comune. Non si regala a causa della fiducia, per il semplice motivo che il dono è senza perché. È come la rosa del mistico Angelus Silesius: «La rosa è senza un perché, ohne Warum; fiorisce perché fiorisce, non chiede conto di se stessa, non chiede se viene vista».

Pulire le parole ed eliminarle se sbilenche o corruttrici è tra le attività più belle della mente, e guardando giornali e televisioni delle ultime settimane è purificazione indispensabile: tanto grande è la stortura che viviamo. Il culmine è stato raggiunto, secondo me, qualche giorno fa sul telegiornale di Raiuno, in un brioso servizio sui regali natalizi spiacevoli o infastidenti. L’ideatore del reportage voleva probabilmente esser spigliato, anticonformista, interessante, originale. È come avesse voluto trasmettere una sua verità sfrontata, rompere chissà quale tabù.

«Adesso vi diciamo sui regali di Natale qualcosa che vi compiacerà. Qualcosa che in tanti pensate silenziosamente ma che io oso dire a voce alta: non tutti i regali sono graditi, anzi alcuni sono enormemente sgraditi». Seguiva un elenco di regali poco apprezzati perché noiosi, monotoni, ripetitivi: la sciarpa per esempio provocherebbe suprema noia e denoterebbe poca fantasia. Non ricordo l’intera lista: nella mente m’è restata impigliata la sciarpa. Ci sono regali in e altri out. A questo punto partiva una di quelle inchieste a caldo, con i passanti che dicono la loro sui regali scorretti che ricevono o che paventano: uno alzava gli occhi al cielo con tedio ammonitore; l’altro si riprometteva di scambiarli con doni meno banali, meno inutili; un altro ancora meditava di riciclare strenne e pensieri vendendoli online. Mi sono detta che le anime di queste persone erano come intirizzite, già morte. Come quel dannato – Branca Doria, traditore degli ospiti – che in Dante già è rovinato sotto la crudele crosta della morte nonostante sulla terra appaia ancora vivo, e mangi e beva e dorma e vesta panni.

Il testo più luminoso sul dono a mio parere l’ha scritto Adorno, nel paragrafo 21 di Minima moralia. Vale la pena leggerlo, rileggerlo, e regalarlo perché questa sì è idea squisita. Perché parla della nostra capacità o incapacità di saper donare – oltre che di accogliere doni – e della sorpresa che è l’incontro con volti che durante l’anno ci son stati prossimi o meno prossimi. Persone che apprendiamo a guardare, che ci esercitiamo a ricordare: giacché ogni presente offerto oggi è un ricordo nel domani.

Il donare infatti è qualcosa che si disimpara. Secondo lo scrittore è già disimparato e inesorabilmente entrato in decadenza a cominciare dal momento in cui sono apparsi quegli strani negozi – proliferano come i fast food – che sfoggiano all’ingresso l’insegna: «Articoli da Regalo». Gli Articoli da Regalo pensano al posto nostro il pensiero che non abbiamo: l’idea è che tu compri dieci articoli alla rinfusa e solo dopo ti figuri i destinatari. In realtà l’idea – meglio: la trovata – è escogitata per chi non sa assolutamente cosa regalare, essendo che non ha voglia di donare. Lo fa per necessità, per dovere. Il piacere è seppellito.

Il donare autentico non ha nulla di necessario, anche se comporta una fatica che tuttavia arde benevola. Più è inutile, a volte, più è regale. Il vero regalare – così in Minima moralia – è provare felicità nell’immaginare la felicità di colui che riceverà. Significa scegliere, sprecare le ore nella scelta, dunque elucubrare, fantasticare sull’altro e su com’è fatto. In fondo significa regalare tempo, oltre a oggetti, e questo tempo sperperarlo. Significa uscire dal proprio tracciato, non concentrarsi su di sé ma pensare l’altro come soggetto, come fine anziché mezzo. Il donare contraddice e viola lo scambio. La frase più terribile è dire, quando si porge un pacchetto: «Questo regalo se vuoi lo puoi scambiare con qualsiasi altro di tuo gradimento». (Non meno tremende sono le liste-regali: tu metti i soldi in una sorta di vasca, e al resto pensano tutti tranne tu che pure potresti, magari vorresti. È la cancellazione del regalo).

Deliziosa è la vecchia massima secondo cui a caval donato non si guarda in bocca. Ricordo mia madre che faceva disegnini di un cavallo con immense fauci spalancate: davanti a esse eravamo ritratti noi bambini che blasfemi scrutavamo-obiettavamo. Guardare dentro la bocca del cavallo è offensivo e mesto. Non sei sotto l’abete natalizio né a fianco della greppia sacra ma al mercato, con qualcuno che ti urla la sua proposta: «Non ti piace questo che t’ho dato? Prendi qualsiasi cosa purché il prezzo sia quello. Fai quel che vuoi tanto a me non importa nulla». Vero è che in questi casi il beneficiato ha almeno la possibilità di fare a se stesso un regalo. Ma la proposta resta agli antipodi del regalare.

Il regalo, quale che sia, fa bene a chi lo riceve ma ne fa uno, immenso, anche a chi regala. Donare è una disposizione dell’animo cordiale, è un aprire incondizionatamente l’uscio all’altro. È un atto di fiducia ma nella sua gratuità l’oltrepassa. Chi non sa regalare o decide di non far più doni, anche senza volerlo è caduto preda del fluire del dono in scambio. Regalare è un aiuto a uscire dai recinti della propria interiorità, a fare vuoto dentro di sé per aprire spazi all’altro e alle cose per l’altro. Ogni relazione non deformata, ogni esperienza di riconciliazione nella vita organica, conclude Adorno, è un donare. Chi ne è incapace perché ragiona secondo logiche consequenziali diventa una cosa e si raggela.

Il donare è un’esperienza eminentemente religiosa, se vissuto con profondità. Donare quia absurdum, come il credere, sfida la logica della conseguenza. Non è casuale che il più gran numero di regali s’accumuli il giorno della Natività di Gesù, in cui tutto è donare, è dare se stesso. Tutto, anche quel che lo circondò. Fu dono l’obbedienza di Giuseppe, che accolse la sposa ingravidata da Dio. Fu dono Giovanni Battista, che accettò di farsi piccolo perché Gesù fosse grande. Fu dono Maria: non c’è quasi dipinto in cui il suo viso non esprima l’indicibile tristezza del presentimento. Nel quadro di Lorenzo Lotto a Recanati addirittura fugge spaventata con un gatto, davanti all’angelo annunciante.

Donare è un’esperienza religiosa perché è gesto assurdo. Non sappiamo cosa ne sarà, e però lo facciamo. Non sappiamo quanto durerà. È la rosa di Silesius. Nella sconvolgente lettera dalla prigionia, Ingrid Betancourt parla come nel salmo 23: «Vivo come morta. Non ho bisogno di nulla, e almeno son libera di desideri». Proprio questo le dà la forza di dire no ai carcerieri. Le dà la forza di pensare ai figli e all’unico libro cui ha diritto – la Bibbia – come un lusso e un dono.

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