L’illusione del dittatore

(22 Dic 07)

Michele Salvati

Di fronte a problemi la cui soluzione richiede tempi lunghi, fermezza di indirizzo, provvedimenti impopolari—tutte cose difficilmente compatibili con una democrazia come la nostra—ogni tanto gli scienziati sociali fanno l’ipotesi del benevolent dictator, del dittatore illuminato. Un personaggio mitico che consentirebbe loro di mettere in atto e tener ferme le misure che quei problemi risolverebbero. Abbiamo buoni motivi per dubitare della benevolenza del dittatore e fors’anche della saggezza degli scienziati sociali. Ma ci sono pochi dubbi che esistano problemi difficilmente trattabili in democrazia e che proprio da questi, purtroppo, dipenda il declino del nostro Paese e la sfiducia che lo pervade.

Giorgio Napolitano fa solo il suo dovere di Presidente quando si riferisce alla vitalità del popolo italiano, in risposta alla tristezza evocata dal New York Times. E Giuseppe De Rita fa solo il suo mestiere di ottimista quando, di fronte alla «poltiglia » sociale che non può non riconoscere, accentua il ruolo delle «minoranze attive». Minoranze, appunto, perché i dati d’insieme sono impietosi. Lo sono quelli economici, che da molti anni denunciano la più bassa crescita in Europa del reddito e soprattutto della produttività: il sorpasso spagnolo ne è stata una prevedibile conseguenza. E lo sono quelli sui principali funzionamenti istituzionali, con l’eccezione forse della sanità: si può dubitare delle «classifiche» sintetiche elaborate da diverse organizzazioni internazionali, non del fatto che tutte ci collochino molto al di sotto dei Paesi civili con i quali amiamo confrontarci.

L’euro era inevitabile e la globalizzazione è una realtà. Ma questo ha cambiato radicalmente il contesto di politica economica al quale il nostro Paese si era assuefatto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Tra i Paesi ricchi, e noi lo siamo ancora, oggi crescono vigorosamente solo quelli che tengono i conti in ordine; e soprattutto quelli che sono in grado di sfruttare al massimo le risorse intellettuali, tecnologiche, organizzative e culturali di cui sono potenzialmente dotati. Negli anni delle svalutazioni facili e della vitalità selvaggia della piccola impresa — è probabilmente a questa che si riferiva il nostro Presidente citando il Keynes degli animal spirits—non soltanto avevamo sfasciato i conti pubblici, ma non avevamo neppure fatto una buona manutenzione delle risorse cui prima mi riferivo.

Con grande fatica, e tirandoci appresso un enorme debito pubblico, a metà degli anni Novanta siamo riusciti a rimettere i conti in un ordine precario. In confronto agli altri Paesi, tuttavia, le nostre infrastrutture si sono deteriorate, la nostra scuola si è degradata, l’università e la ricerca non tengono il passo, la giustizia civile ha tempi incompatibili con un’economia avanzata, la pubblica amministrazione nel suo insieme è inefficiente. E in un’area troppo vasta del Paese ancora non si sono create condizioni economiche, sociali, istituzionali, e soprattutto legali, idonee a garantire uno sviluppo capitalistico autonomo e vigoroso. Insomma, sempre le solite due vecchie tare, pubblica amministrazione e Mezzogiorno.

Le loro conseguenze sono però oggi più gravi che in passato: nelle più aspre condizioni competitive che la globalizzazione ha provocato abbiamo bisogno di tutte le risorse, al Nord e al Sud, e di un uso più efficiente delle stesse. Sulle misure da adottare, se vogliamo tornare a crescere, l’area di accordo è potenzialmente molto ampia: settore per settore occorrono certo misure diverse, ma tutte ispirate a imperativi di legalità, efficienza, concorrenza, merito. Si tratta di un’impresa impopolare e di lunga lena, volta a ripulire il paese da sacche di rendita grandi e piccole, da corporazioni che proteggono interessi particolari, da culture e mentalità che rafforzano lo status quo. Impopolare e di lunga lena: due caratteri che rendono l’impresa difficile in ogni democrazia, perché i voti arrivano se si assecondano gli interessi e le mentalità prevalenti.

E ancor più difficile nella nostra: la democrazia «proporzionale» della prima repubblica ha posto le premesse del declino; la democrazia «maggioritaria» della seconda ha creato coalizioni di governo incoerenti e incapaci di porvi rimedio. Il dittatore illuminato è una figura mitica, una finzione. Ai tanti ingeneri istituzionali che si affannano al capezzale della seconda repubblica l’arduo compito di inventare un equivalente democratico del benevolent dictator, che renda possibile la formazione di governi autorevoli, capaci di affrontare misure impopolari e di sostenerle nel lungo periodo. Capaci soprattutto di riconoscere che occorre un progetto di rinascita del Paese condiviso nei suoi tratti essenziali da gran parte delle élites politiche e che gli slogan populistici e delegittimanti con i quali si raccattano voti («comunista», «berlusconiano») non fanno che ostacolarlo.

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