Ma ora il Cavaliere può dire ciò che vuole

(21 Dic 07)

Federico Geremicca
Che la politica abbassi i toni, passando dalla rissa incontrollabile degli ultimi dieci anni a un confronto che permetta almeno di distinguere le proposte degli uni dalle obiezioni degli altri, è esigenza richiamata ormai da tempo. Alle ripetute promesse non è mai seguito alcun fatto: e per rimanere agli avvenimenti degli ultimi mesi, non c’è stata questione sulla quale la polemica non abbia raggiunto e spesso superato toni da bar del porto. È per questo, in fondo, che ha in qualche modo colpito il silenzio nel quale i leader del centrosinistra hanno avvolto la penosa vicenda della telefonata intercettata tra il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, e Silvio Berlusconi. Silenzio che ha riguardato sia il contenuto della telefonata sia la sdegnata spiegazione che l’ex premier ne ha fornito: «Lo sanno tutti nel mondo dello spettacolo: in certe situazioni in Rai si lavora soltanto se ti prostituisci o se sei di sinistra».

Da Franco Giordano a Walter Veltroni, da Francesco Rutelli a Oliviero Diliberto (passando per lo stesso presidente del Consiglio e tutti gli altri leader dell’Unione) non una parola è giunta a stigmatizzare comportamenti e affermazioni volgari, offensive e poco consone al profilo di un uomo di Stato.

Eppure, per molto meno, in passato si sono spesso levate grida al limite dell’accettabile. Siamo dunque all’alba di un modo nuovo di condurre il confronto politico? Dobbiamo spellarci le mani per applaudire un modo di fare finalmente vicino al sempre citato «stile anglosassone»? È difficile crederlo. E se anche fosse così, si sarebbe partiti dal caso sbagliato.

Non sfuggono a nessuno i motivi per i quali con Silvio Berlusconi, leader del maggior partito italiano, il dialogo sia inevitabile: finché resta in campo – e non ci sono segnali, in verità, che intenda abbandonarlo – non si può prescindere da un confronto con la forza e i valori che rappresenta. Chi ha provato ad attaccarlo (anche all’interno della stessa Casa delle Libertà) ha dovuto fare i conti con un leader dall’ancora salda presa sul Paese. Che con Berlusconi si debba dunque trattare (di legge elettorale e non solo) è del tutto incontestabile: il problema, semmai, sono lo stile, i contenuti e gli obiettivi del necessario confronto. E in questo senso è forse già venuto il momento di darsi una regola e di porre una questione, che può ancora avere il carattere di un interrogativo: c’è forse qualcuno, nel centrosinistra, che pensa che per portare a buon fine il confronto con l’ex premier occorra fornirgli una sorta di salvacondotto che lo metta al riparo da polemiche e obiezioni qualunque cosa faccia e dica?

Nessuno intende dar spazio a malizie e sospetti di alcun genere: che la nuova piccola raffica di intercettazioni e inchieste che ha colpito il Cavaliere, per esempio, possa essere utilizzata per renderlo «più disponibile» al dialogo o che il centrosinistra – sul tema delle intercettazioni e del loro utilizzo – immagini un qualche futuro «scambio di cortesie» tra le parti. Davvero non crediamo che sia così. Ma ancor più incomprensibile, allora, appare l’improvviso bon ton dei leader del centrosinistra nei confronti del caso Berlusconi-Saccà e dintorni. Abbassare i toni della polemica (cosa auspicabile) non può significare perdere la capacità di indignarsi di fronte all’affermazione che in Rai o sei di sinistra o ti prostituisci oppure non lavori. Quella esposta da Berlusconi, infatti, non è una «tesi discutibile»: è un concentrato offensivo. Offensivo per tutti i lavoratori della Rai e per i tanti dirigenti dell’azienda vicini al Cavaliere, chiamati ora a scegliere se considerarsi di sinistra o piuttosto dediti alla prostituzione. Inaccettabile. Inaccettabile come il silenzio che ha accompagnato l’ultima sgradevole sortita dell’ex premier.

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