Moggi, l’eterno ritorno del padrone del calcio

(19 Dic 07)

 Michele Serra

Dal dibattito sul declino italiano bisogna defalcare subito Luciano Moggi. Le nuove carte della Procura di Napoli sono la nuova inoppugnabile che Moggi, almeno lui, non declina né mai declinò. Impugna il cellulare conla stessa destrezza di sempre. E’ ancora il telefonino più veloce del West.

Già disarcionato da inchieste e sentenze sportive, ha continuato a coltivare il suo ambiente e i suoi contatti (compreso il giovane direttore sportivo della Juventus, Alessio Secco) con la tenacia tetragona di un governatore-ombra. E si ritiene usurpato (ovviamente) da un golpe giudiziario ordito dagli amici dei suoi nemici, o dai nemici dei suoi amici – è troppo difficile per un’intelligenza ordinaria come quella di chi scrive afferrare il bandolo delle trame e delle controtrame che animano le giornate di uno come lui. Che devono essere un Sudoku per solutori più che abili: in ogni casella la persona giusta.

Già riciclato come opinionista non solo sportivo (la tivù, in qualche caso, è una forma aggiornata degli arresti domiciliari), dopo la caduta Lucianone ha goduto da subito di una fronda a lui favorevole, o quantomeno non così sfavorevole. Non esistendo più da tempo, in questo Paese, un’etica e neanche un’etichetta condivisa, l’intero sconquasso di Calciopoli, come già era avvenuto per la più pregnante Tangentopoli, è stato retrocesso da Scandalo Nazionale a opinabile regolamento di conti tra club rivali. Fino all’autorevole e definitiva esternazione di ieri l’altro del presidente del Milan Berlusconi, al quale per liquidare Calciopoli è bastata una mezza frasetta di scherno tra un comizio volante, una galanteria alla Canalis e un antipasto. Neanche la fatica di un’intervista o una conferenza stampa: per liquidare come una inutile buffonata la giustizia sportiva, all’uomo più ricco del Calcio e della Nazione è bastata una battuta di un secondo, lo stesso tempo e la stessa fatica che si impiega a togliersi una briciola dal bavero. Anzi, dalla sciarpa.

E dunque. Perché mai, se è la malevolenza e l’invidia degli sconfitti ad armare la mano di magistrati frettolosi e vendicativi, Moggi avrebbe dovuto interrompere le sue attività di orientamento tecnico, tattico e finanziario? Le nuove telefonate consegnate agli atti sono meno pittoresche e meno “sulla palla” di quelle che lo hanno reso un best-seller giornalistico. Non dà più direttamente dello str… o della testa di c… agli arbitri fuori controllo. Piuttosto, fa da levatrice agli insulti degli altri, li assiste psicologicamente, li aiuta a sgravarsi quando attribuiscono l’onta della sconfitta all’arbitro cornuto, come nelle barzellette, come nel cinema di serie B, come nella realtà della serie A.

Tra l’altro, probabilmente sa di essere intercettato. Lo si coglie da qualche sua battuta. Ma il piglio, il tono, la visione del mondo sono sempre quelli: bisogna farsi rispettare, farsi sentire, sistemare quello, rimettere al suo posto quell’altro. La vita e lo sport come vigoroso esercizio di potere e di destrezza. E una linea di galleggiamento che non è mai dettata dalle regole (figurarsi. E poi quali regole, le mie, le tue, le sue…?) ma sempre e solamente dalla fiducia in se stessi, nelle proprie amicizie, nella propria abilità.

E’ del tutto ovvio che, muovendosi su un terreno come quello, si rimanga poi sbalorditi di fronte a eventuali notizie di reato, o di illecito sportivo. Come si fa a capire il confine tra lecito e illecito se, per esempio, la misura dei diritti e dei doveri è totalmente sostituita da quella dei favori e degli sgarri? Il Moggi che apparve in lacrime davanti alle telecamere nei giorni di Calciopoli, annunciando il suo ritiro dal calcio e dicendo che gli avevano “rubato l’anima”, era un evidente refuso del romanzo all’italiana. Si poteva sospettare che gravasse su di lui qualcosa di simile alla vergogna, o quanto meno al disagio. Non che ci si aspetti il harakiri, qui da noi: fortunatamente, e detto senza alcun sarcasmo, sappiamo sempre anteporre alla nostra rovina e al nostro disonore un piacere di vivere che ad altre latitudini evidentemente difetta. Però, ecco, ce ne fosse mai uno che, pur convinto in cuor suo di essere una vittima delle toghe nerazzurre, stimasse più opportuno defilarsi un attimo, cambiare aria e luoghi, rifarsi un equilibrio lontano dai riflettori.

Ma no, macché, l’anima rubata a Moggi è stata rintracciata in pochissimo tempo, in fondo riconsegnata quasi a furor di popolo da tifosi e amici, da giornali e televisioni che lo hanno recuperato socialmente, e soprattutto dall’autoassoluzione che è la risorsa nazionale più inconsumabile. Crederci innocenti e vittime eterne di torti e persecuzioni, sia come individui che come categorie, lobbies, caste e famiglie, è quanto ci rende immortali, se lo segnino bene quelli del New York Times.

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