Hillary, donna non basta

(18 Dic 2007)

Lucia Annunziata
L’incredibile sta succedendo. La macchina da guerra dei Clinton, alimentata da soldi, potere e charme, sta perdendo colpi di fronte all’ultimo arrivato, Obama. Meraviglie del sistema politico americano. Ma siccome dagli Usa si riverberano sempre anche su di noi vari insegnamenti, diciamo subito che questo scontro spiega bene perché non bisogna stare con Hillary. E, anzi, perché addirittura conviene, anche per il dibattito politico italiano, che Hillary venga sconfitta decisamente da Obama: seppellendo in questo momento le ambizioni dei Clinton riusciremmo infatti, ed è tempo, a seppellire il fantasma dei baby boomers, la generazione che ha dominato tutto il dopoguerra, di una politica lobbistica e della memoria; riusciremmo, insomma, a consegnare all’eterno riposo il fantasma stanco ed esaurito del ’68.

Quella che era nata come una competizione fra il primo nero e la prima donna per la presidenza Usa, sotto la spinta della realtà si è rapidamente trasformata in un confronto tra nuova politica e vecchie élites democratiche. La novità che i dati ci portano in questi giorni è che anche al netto dell’appoggio fantastico datogli dalla più famosa star americana, Oprah (secondo il New York Times), Barak Obama è passato in testa nelle preferenze di giovani e donne, inclusi i bianchi. Questo significa, semplicemente, che Barak è riuscito a «bucare» il recinto del nero allargando la base di consenso a strati, giovani e donne bianchi, appunto, che avrebbero dovuto essere invece il bastione della battaglia di Hillary.

In effetti, guardare dentro questa gara è assistere a una vera e propria rivoluzione culturale. La Rhodam Clinton è scesa in campo con una macchina perfettamente oleata: itinerario accuratamente scelto e da lungo tempo pianificato, con libri, l’elezione al Senato, una posizione sulla guerra in Iraq da statista (prima sì, poi no, ma certo realistica e trattabile).

Un’immagine rifatta e rifatta ancora, la convinzione che gli spin doctors, i comunicatori di professione, siano l’anima del rapporto con il pubblico, l’infaticabile raccolta di fondi e consensi nel mondo delle celebrità e dei ricchi, e infine e soprattutto la sua profonda partnership con Bill Clinton. Avrebbe dovuto essere una grande prova di professionismo, e lo è stata, ma lentamente ha fatto apparire la candidatura come un business, una carriera più che un’ispirazione. Un’impressione che alla fine ha preso il sopravvento persino sulla più innovativa delle sue molte identità: quella di essere donna. La sconfitta di questa identità di genere è la crepa attraverso cui è passato in effetti Obama, che si è imposto non più solo come nero: è amato perché giovane, perché sa ballare (dettaglio, certo, ma rivelatore: provate a far muovere l’anca a un politico di professione), ma soprattutto perché esterno all’establishment del partito e del paese, e portatore di un netto taglio con il passato. Slogan tipico dell’uomo è che la politica in America è troppo «aggressiva e partigiana» e che bisogna inventarne una totalmente differente. Universalista, tollerante, Obama ripropone una nazione in cui le differenze, incluse quelle ideologiche, non si scontrino. E può vantare un perfetto giudizio sulla guerra in Iraq contro cui si è dichiarato fin dall’inizio.

Altro che fascismo e comunismo, e femminismo: nel confronto i due Clinton appaiono essenzialmente un’espressione delle élites americane, dell’establishment del partito democratico, e di tutte le loro ossessioni. Il femminismo di Hillary è in particolare il grande sconfitto: avrebbe dovuto sostenerne la campagna, ma si è rivelato fra gli elettori un elemento di attrazione molto inferiore alla seduzione del rinnovamento.

Dice qualcosa anche per la politica italiana, tutto questo? Probabilmente sì. Ma ben prima ci dice qualcosa che riguarda il mondo come lo conosciamo. La campagna della Clinton non è un errore; è invece la rappresentazione efficace e veritiera di quello che la politica ha finito con il significare per lei, per suo marito, e per tutti gli esponenti della generazione degli Anni Sessanta che loro hanno portato al potere: la politica come lavoro a tempo pieno, la politica come arte di manipolazione del pubblico, la politica come creazione di élite. Pensiamoci un attimo: quale follia può mai aver fatto immaginare ai Clinton che dopo aver fatto lui il presidente avrebbero potuto chiedere agli elettori che a farlo fosse anche la moglie? Un grande Paese democratico (in Argentina succede, e fra le risa di tutti) potrebbe accettare che la presidenza diventi un affare di famiglia? Quale malcapitato senso ha portato i Clinton a immaginare che il femminismo (cioè la parità nella coppia) possa giustificare la creazione di una vera e propria macchina di potere?

Ritorniamo così agli Anni Sessanta: solo l’arroganza, il narcisismo e l’esagerato senso del proprio posto nella storia, coltivati a partire dal Sessantotto, possono aver prodotto tali illusioni. I Clinton sono entrati sulla scena del mondo portando per primi al potere quella generazione; oggi, nel loro irrazionale e perdente assalto al cielo, ne rappresentano bene la decadenza.

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