E poi verrà la sinistra al cioccolato

(13 Dic 07)

Lietta Tornabuoni
La nuova coalizione si chiama «La Sinistra-L’arcobaleno». Bravi. La prossima volta sarà «La Sinistra a quadretti», o «La Sinistra con terrazza» o «La Sinistra al cioccolato». Nessun Paese europeo ha formazioni politiche con nomi meno definitori e realistici, più naturalistici, più rifacentisi a fiori o fronde: Ulivo, Quercia, Sole (che ride), Verdi, Margherita… e usati con disinvoltura, senza timore di ridicolo. Nomi simbolici, si capisce: ma simboleggiano cosa, di pertinente? Volendo essere più seri, almeno nominalmente, le nuove formazioni politiche hanno nomi simili: poco distingue il Partito del popolo di Berlusconi dal Partito Democratico, ossia del governo di popolo. Il settimanale americano Time prende in giro («In Italia si arriva al vertice solo quando s’è aspettato il proprio turno per arrivarci»), critica i nostri leader vecchi quanto la popolazione (per metà over-40, uno su cinque over-65), più vecchi di tutti: se Prodi ha 68 anni e Berlusconi 71, in Europa Sarkozy ne ha 52, Angela Merkel 53, Gordon Brown 56, Zapatero 47.

Ma queste sono sciocchezze. Dettagli, stupidaggini. Era molto peggio, l’altra sera, assistere a Ballarò. All’interno, nella caverna tv splendente di luci bianche e blu, politici famosi discutevano minuziosamente e rabbiosamente sulla proposta di Enzo Bianco per la nuova legge elettorale: quali difetti ha, che fine farebbero i piccoli partiti, che cosa sta succedendo nello schieramento di centrodestra, sarebbero salvaguardati i diritti di scelta degli elettori? Ma, soprattutto: a chi giova? All’esterno, i telegiornali avevano appena riferito sul caos italiano: blocco degli autotrasportatori, precettazione respinta, benzina finita, verdura e altri alimenti mancanti nei supermercati, rischio di disfunzione per gli impianti domestici di riscaldamento, possibile carenza di giornali e acqua minerale, minaccia di imminente sciopero generale e via dicendo. Il contrasto era impressionante. Lasciava pensare che la professione della politica fosse radicalmente cambiata: che, non più gestori del Paese e del suoi problemi, programmatori del suo avvenire, risolutori del suo presente, i politici fossero diventati semplici oratori, soltanto parlatori come professori (ma senza insegnare nulla) o come avvocati (ma senza vincere cause, anzi perdendole).

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