Seconda Repubblica, il lungo tramonto

(9 Dic 07)

Ilvo Diamanti

Suona un poco strano il ritorno di parole da tempo in disuso. Per esempio: “proporzionale”. Echeggia un passato che sembrava davvero passato. Un lemma estratto dal dizionario della “prima Repubblica”.

Mentre la transizione verso la “seconda” è fondata sul binomio: maggioritario e bipolarismo. Invece, da qualche tempo, il proporzionale è ritornato alla grande. Sdoganato, negli incontri fra Veltroni e i leader di centrodestra. Soprattutto con Berlusconi. Associato al “modello tedesco” (evocato, fino a ieri, solo nel dibattito sul federalismo). Se ne parla ad alta voce apertamente. A destra e a sinistra. Leader nostalgici (come Tabacci) oppure critici (come Parisi) evocano, con toni opposti, il ritorno al passato. Alla “prima Repubblica”.

Sbagliano.

È la fine della “transizione”. Oppure, se si preferisce, il “tramonto della seconda Repubblica”. Ci si volge indietro per incapacità di andare e, ancor prima, di guardare avanti. Un po’ per paura e soprattutto per debolezza. “Rompere” con il passato, dichiarare chiusa un’esperienza, non è facile. Tanto più perché, ora, non ci sono scialuppe e si teme il naufragio. Non è un caso che questo governo continui a marciare sull’orlo dell’abisso. Non precipita solo perché non si trova chi abbia il coraggio di dargli la spinta decisiva. Nella maggioranza, ma anche nell’opposizione. E quando il danno pare irreparabile, interviene il “fato”.

Interpretato, giovedì scorso, al Senato, da Francesco Cossiga. Anch’egli rammenta l’improvvisa attualità del passato. Il governo è, quindi, privo di fiducia, ma anche di sfiducia. Solo per questo resiste. La “seconda Repubblica” maggioritaria e bipolare è finita. Nei due poli sono venuti meno i baricentri. Anzitutto, i leader: perché è stata fondata da Berlusconi e consolidata da Prodi. Che hanno trasformato, progressivamente, il bipolarismo in “bipersonalismo”.

Berlusconi: ha costruito un partito personale, mediatico, fondato sulla comunicazione, il marketing. Ha “reclutato” gli esclusi della prima Repubblica: post-fascisti, indipendentisti e neodemocristiani. In nome del “nuovo” e dell’anticomunismo. Uniti, per forza e per necessità, da lui. Il Cavaliere. Unico riferimento in grado di “legittimarli”, dopo averli sdoganati. L’unica “colla” capace di tenere insieme pezzi così sgranati. Prodi: la reazione degli “altri” all’affermazione di Berlusconi. L’unico ad aver reso possibile la coabitazione (sempre complessa) fra partiti e soggetti politici distanti: per cultura, identità, tradizione. Post e neo-comunisti, ex e neo-democristiani, socialisti, laici, ecologisti, ultra-garantisti e giustizialisti. Non un “padrone di casa”, come Berlusconi. Ma un “mediatore”. A volte, “amministratore di condominio”, altre volte “manager decisionista”. Deve la sua forza alla debolezza dei partiti di centrosinistra. Nessuno dei quali in grado di esprimere una leadership condivisa. “Costretti” a stare insieme dalla sfida di Berlusconi.

Un bipolarismo nato e cresciuto attorno a due persone e a due modelli complementari. Da un lato un “partito personale” e dall’altro il progetto di un “partito americano”. Nuovo. Capace di rimpiazzare i precedenti. Forza Italia e l’Ulivo (divenuto poi Pd).
Oggi questo percorso è finito, ma stenta a trovare sbocchi.

La “fondazione” del Pd ha sbloccato l’intero sistema dei partiti, sottolineandone (e accentuandone) i limiti. Prodi, l’ispiratore del “nuovo soggetto politico”, oggi non ne è più il leader. È, invece, il premier di un governo, sostenuto da una maggioranza eterogenea e frammentata, che esprime valori e interessi diversi e, quasi, inconciliabili. Anche perché vi partecipano, in posizione determinante, liste locali, personali e individuali. Sorte, talora, in Parlamento, meglio: in Senato. Prodi: è il leader dell’Unione. Ma l’Unione, oggi, è un ossimoro. Visto che lo stesso Pd ha determinato, nel centrosinistra, spinte aggregative (la “Cosa rossa”) e “disgreganti”. Nel complesso: conflittualità e concorrenza.

Nel centrodestra, Berlusconi non è più il “padrone di casa”. Perché si è aperta, fragorosa, la “guerra di successione” (come l’ha felicemente definita Adriano Sofri). Fini e Casini, dopo 13 anni di apprendistato e di attesa, hanno scelto di “non morire berlusconiani”. Spezzando l’immagine di “giovani promesse”, a cui sembravano rassegnati. D’altronde, la giovinezza è passata da un pezzo, anche per loro. Mentre l’ascesa di Walter Veltroni, sull’altro versante, (fino a ieri, anch’egli una giovane promessa) rischia di farli invecchiare definitivamente. Non torneranno indietro.

La Lega, infine, teme a sua volta di ridursi a una piccola corrente autonomista, sperduta in mezzo al Popolo della Libertà. Berlusconi, d’altronde, ha già smontato la vecchia Casa. Perché, appunto, “vecchia”. Abitata da inquilini riottosi. Così, senza pensarci su troppo, si è avviato a ri-fondare il partito, convinto di occupare, da solo, lo spazio elettorale degli (ex) alleati. Un partito ancor più “personale”.

Tendenzialmente “dinastico”. La leadership: ereditaria.
Il gruppo dirigente: figure “cooptate” da lui e selezionate dai suoi consulenti di marketing. Per trasmettere l’idea del nuovo.

La “seconda Repubblica”, quindi, è finita. Insieme ai poli, di cui i due leader costituivano i baricentri. Il problema è che nessuno pare in grado di superarne il tramonto. Ci vorrebbero istituzioni nuove, norme condivise. Tanto più se si insiste a battere la strada del maggioritario, che più delle altre esige un ampio consenso di fondo tra i principali attori politici (come ha annotato Leonardo Morlino). Ma non è facile abbattere insieme a Berlusconi una Repubblica inventata da Berlusconi, fondata sul berlusconismo e sull’anti-berlusconismo.

Per cui si torna a guardare indietro. E, come in passato, il dibattito pubblico si concentra sulle riforme istituzionali. Anzi: su quella elettorale. Che ha segnato la fine della “prima Repubblica” e la transizione. Dal 1991 fino ad oggi. Ricorrendo, di volta in volta, al referendum. Nel nome del “popolo sovrano”, che supplisce all’incapacità della classe politica e alla crisi del sistema. Il referendum. Come “rito di massa” per “abbattere” la prima Repubblica (nel 1991 e nel 1993). Oppure, quest’anno, come rivolta popolare contro la “casta” dei partiti.

Il tema della riforma elettorale, all’origine della rappresentanza politica, paradossalmente, ha alimentato l’antipolitica. E ne è stato, a sua volta, contagiato. Come pensare, altrimenti, che i cittadini si possano appassionare a un dibattito che verte, in modo ossessivo ed esclusivo, sull’alternativa fra modello tedesco, francese e spagnolo? Fra “mattarellum”, “porcellum” e “vassallum”?

Un sondaggio condotto nei giorni scorsi da Demos per “la Repubblica” (campione nazionale rappresentativo, 1.300 casi) sottolinea che circa un elettore su due, fra quelli che guardano con favore il proporzionale, valuta in modo altrettanto positivo il maggioritario. In altri termini: “confondono” il significato dei sistemi elettorali. Una materia da specialisti: non si può chiedere loro di essere competenti come Giovanni Sartori. Per cui la affrontano con un misto di rifiuto e distacco.

Da ciò il rischio, che corre la nostra democrazia in questa fase. Gli artefici della “transizione”, del maggioritario bipersonale non sono in grado di chiuderla. Prodi, come ha ammesso, “non può fare miracoli”. Berlusconi invece sì. Ma non ha ancora deciso quali. I (non troppo) nuovi protagonisti (Veltroni, Fini e Casini) faticano a liberarsi dei vecchi. Ad aprire una nuova stagione.

Per cui non deve sorprendere che oggi gli italiani esprimano un atteggiamento positivo per Beppe Grillo (57%), in misura molto superiore che per Prodi (29%) e Berlusconi (39%). Ma anche Veltroni (49%) e Fini (50% – sondaggio Demos per “la Repubblica”, di prossima pubblicazione).

Un ulteriore segno della “sindrome antipolitica” che attanaglia la società? Forse. Ma se il “tramonto” di questa seconda Repubblica dura così a lungo, la notte comincia a far paura. E, in attesa del “nuovo giorno”, si accontentano del V-Day.

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