L’inferno in casa

(8 Dic 07)

Massimo Gramellini
Non è facile accettare che Torino, sempre all’avanguardia in tutto, si ritrovi all’ avanguardia anche della retroguardia e offra uno squarcio di disumanità industriale che sembra tratto da un romanzo di Dickens sulla Londra d’inizio Ottocento.

Non è facile per nessuno, ma lo è ancora meno per un torinese che va orgoglioso della sua città e all’improvviso è costretto a scoprire che accanto alla Torino «cool» delle Olimpiadi, dei musei, della Venaria Reale, della Fiat risorta, di una destra che non rutta e di una sinistra che sa governare, continuava a vivere un parallelepipedo scuro, dove al riparo di un nome altisonante, ThyssenKrupp, si lavorava con turni e in condizioni da schiavi: nell’indifferenza, sconfinante nella connivenza, di coloro che avrebbero dovuto impedirlo. E questo parallelepipedo non stava in una catacomba né in qualche capannone dismesso di periferia.

Si ergeva nel cuore della metropoli, sul ciglio di uno dei suoi viali più famosi, corso Regina. Quanti torinesi ci passano davanti ogni giorno per andare in centro o in ufficio. Quanti di loro in queste ore stanno pensando: ma chi poteva immaginare che là dentro… E nel lasciare la frase in sospeso vengono assaliti dal dispetto, si sentono defraudati e offesi, finendo inesorabilmente per chiedersi quante altre Thyssen continuino a esistere intorno a loro e a loro insaputa. Gli incidenti sul lavoro si susseguono ovunque e, purtroppo, a ciclo continuo. Anche ieri la Spoon River dei caduti ha allineato sugli argini due vittime. Un operaio scivolato da una impalcatura a Bisaccia, in provincia di Avellino.

E un meccanico di Frosinone chiamato a riparare un Tir all’ingresso della Fiat di Cassino e soffocato dal peso del rimorchio. Vicende che siamo soliti bollare come imprudenze o fatalità, e che in molti casi effettivamente lo sono. Ma quella di Torino è un’altra cosa. Non solo perché è successa, appunto, a Torino. E’ il rigurgito di un passato che volevamo sepolto. Come ha scritto Giuseppe Berta, l’industria tedesca ci ha trattato da sottosviluppati. In attesa di portare i suoi impianti nel Terzo Mondo, ha portato il Terzo Mondo da noi, in corso Regina.

Gli operai arsi nell’olio bollente arrivavano a fare turni di 16 – sedici – ore consecutive per raggranellare qualche euro in vista di un futuro nebuloso e precario. Ma la lista dei presunti colpevoli non si esaurisce con i dirigenti del forno crematorio. I sindacati sostengono di aver denunciato all’azienda, ma anche ai propri superiori, che le pompe erano bucate, gli estintori estinti e il sistema antincendio logoro. Eppure nessuna eco delle loro rimostranze è mai approdata alla magistratura, all’ufficio d’igiene e, parrebbe, agli ispettori del lavoro. Dove anche se fosse giunta, non si sa quale esito avrebbe potuto produrre, dal momento che alcuni di quegli ispettori risulterebbero essere dei consulenti della Thyssen, cioè dell’azienda che erano tenuti a ispezionare. La solita miscela letale di inefficienza, pigrizia e cialtroneria che fa da piedistallo a ogni tragedia italiana.

No, non è facile accettare che proprio nella Torino che le luci di Natale rendono in questi giorni ancora più magica sia avvenuta una strage dalle modalità così arcaiche eppure così moderne, se moderna si può chiamare la degenerazione del libero mercato verso lo sfruttamento. Ma dal momento che ormai è avvenuta, ed è avvenuta qui, vogliamo credere che la città che ha saputo coniugare le esigenze del capitale con quelle del lavoro saprà dimostrarsi degna del suo Dna, seppellendo a ciglio asciutto i propri morti e rendendo loro giustizia. Senza seppellire con essi anche l’obbligo civile di percorrere fino in fondo la strada che porta all’accertamento delle responsabilità e al castigo di chi, per dolo o per ignavia, ha permesso che l’Ottocento tornasse a vivere, e a far morire, nel secolo e nel posto sbagliati.

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