Il Governo delle astensioni

(6 Dic 07)

Augusto Minzolini
Immagini di una maggioranza in frantumi. L’ultimo attacco a Fausto Bertinotti arriva in serata da uno degli uomini ombra e di fiducia del presidente del Consiglio, il sottosegretario ai Servizi segreti, Enrico Micheli: «C’è un affievolimento del senso dello Stato». Un attimo dopo arrivano le contro-bordate degli ex comunisti. Se Micheli parla per Prodi – osserva il capo dei senatori, Russo Spena – è la prova evidente che Bertinotti ha ragione: “Il premier è fuori di testa”». «Micheli deve scusarsi – ribatte il presidente dei deputati, Gennaro Migliore – e Prodi deve prendere le distanze».

Immagini di una maggioranza in frantumi. Riunione di maggioranza al Senato ieri mattina sul decreto sicurezza. I neo-comunisti pongono un «altolà»: se un emendamento del centrodestra fosse approvato dall’aula di Palazzo Madama loro non voterebbero il provvedimento. E aggiungono: «Il Quirinale ci ha fatto sapere che giudicherebbe un gesto del genere un’apertura formale di crisi». Stretti da questa morsa i «centristi» di Dini e di Bordon debbono abbandonare l’idea di giocare di sponda con il centrodestra su un provvedimento su cui è puntata l’attenzione dell’opinione pubblica moderata. Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, tira un sospiro di sollievo: «La frattura nella maggioranza si è ricomposta». Torna il sereno? Niente affatto. Un attimo dopo irrompe nei corridoi del Senato Clemente Mastella. Il ministro della giustizia è furioso: «Ma che cazzo dice Amato. Dopo l’uscita di Bertinotti la frattura è insanabile. C’è un problema politico grosso come una casa. Se Rifondazione pensa di tenere in piedi il governo come riserva aurea, per avere la legge elettorale che vuole, ricattando Prodi, siamo noi che non ci stiamo, perché questo non è il bene del Paese ma dei neo-comunisti». E nella sua irruenza il Guardasigilli arriva a dare ragione al Cavaliere su una delle sue ossessioni: «Rifondazione deve smettere di dire un giorno che è in maggioranza e un altro no: anche perché qui al Senato sono mancati 400 mila voti e forse è addirittura irregolare che siamo noi la maggioranza».

Immagini di una maggioranza in frantumi. Sono giorni che Romano Prodi invia segnali di insofferenza sempre più forti contro la possibile intesa tra Veltroni e Berlusconi sulla legge elettorale. Alterna dichiarazioni pubbliche distensive a frasi «ufficiose» da cui trapelano rabbia e frustrazione. Ieri a «El Mundo» ha rilaciato un’intervista collaborativa nei confronti del tentativo di Veltroni. Il giorno prima a Bobo Craxi, che è nelle sue grazie e come tutti i «piccoli» partiti ha paura di quello che stanno combinando i «grandi» sulla legge, ha invece spiegato l’«ultima ratio» della sua strategia difensiva: «Se questi pensano che mi faccio cacciare in silenzio come nel ‘98, si sbagliano di grosso. Se il “movimentismo” di Veltroni sulla legge elettorale provocherà una crisi di governo, vorrà dire che si va al voto e io mi presenterò anche alle prossime elezioni».

Immagini di una maggioranza in frantumi. Walter Veltroni da giorni per calmare il Professore e tenere a bada Rifondazione dichiara: «Se il governo va in crisi la possibilità di approvare un nuova legge elettorale si allontana». Ieri sera, invece, il suo «vice» Dario Franceschini, per mettere la museruola ai piccoli partiti, da Mastella in poi, ha sposato la tesi contraria: «Se dovesse cadere il governo Prodi, bisogna comunque riformare la legge elettorale». Allora il governo va avanti ma la «crisi» è sempre più annunciata. E visto che intorno al tavolo verde sono molti i giocatori che potrebbero provocarla c’è solo da vedere chi per primo, soppesando «pro» e «contro», deciderà di aprire i giochi.

In fondo il personaggio che gioca più alla luce del sole è proprio Fausto Bertinotti. Il suo partito, Rifondazione, è quello che sta pagando di più in questo momento il «peso» di un «governo impopolare». I sondaggi sono chiari: se Prodi e il suo governo un paio di punti di gradimento li hanno riconquistati, se Veltroni grazie al suo movimentismo è risalito e con lui di poco anche il Pd, chi sta precipitando è proprio Rifondazione. Per cui il presidente della Camera ha deciso di reagire e il suo «piano segreto» è alquanto scoperto: «Noi – è la tesi che ha spiegato ai suoi dopo la sconfitta rimediata sul Welfare – non possiamo fare la crisi ora perché c’è il rischio di andare al voto con l’attuale legge elettorale e saremmo costretti ad allearci nuovamente con il Pd. Insomma, perderemmo la faccia. Se, invece, riuscissimo ad ottenere una riforma sul modello tedesco o misto spagnolo-tedesco, saremmo liberi di andare da soli e a quel punto potremmo anche liberarci di Prodi». Se si fanno i conti, sui tempi delle diverse consultazioni con la base che ha in mente il vertice di Rifondazione e quelli della «verifica» di gennaio, si scopre che coincidono con quelli necessari per approvare una nuova legge elettorale. Prodi, per essere chiari, come Cesare deve temere le idi di marzo.

Di questa strategia si sono accorti i «piccoli» partiti, vittime di quel modello elettorale che piace a Veltroni, Bertinotti e Berlusconi. E, soprattutto, Prodi. E hanno cominciato a scalciare, a correre all’impazzata come animali braccati. Risultato, un’enorme confusione come quella che è andata ieri in scena al Senato sul decreto sicurezza. Il governo si è salvato solo perché a Palazzo Madama le astensioni sono considerate voto contrario: è successo una, due, tre, quattro volte. Dal governo «delle mani libere» siamo passati al governo «delle astensioni». Su emendamenti del centrodestra Bordon, Manzione e i diniani si sono astenuti. Dini addirittura pur stando in aula per protesta non ha partecipato alla votazione. Per tenere buona Rifondazione è passato un emendamento per cui un cittadino comunitario (cioè un romeno) «può» e non «deve» comunicare la sua presenza nel nostro paese. «Siamo – osservava ieri sera Bordon – all’ultimo atto».

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