Doppia crisi al veleno

(6 Dic 07)

Federico Geremicca
Le spiegazioni possono essere diverse e anche sulle responsabilità si potrebbe discutere a lungo, ma il risultato finale è sotto gli occhi di tutti, incontestabile: le gioiose macchine da guerra del bipolarismo all’italiana sono letteralmente in frantumi. La crisi e il riassetto della prima (la coalizione di governo) hanno come accelerato la dissoluzione della seconda (il polo d’opposizione) e il terreno, adesso, è ingombro di cocci e di veleni che rendono paradossalmente accidentato l’esercizio di entrambe le funzioni: siamo, insomma, più o meno alla paralisi. Le due crisi hanno marciato in maniera parallela e inarrestabile, ed era evidente che l’escalation avrebbe potuto portare a esiti pericolosamente imprevedibili. E infatti, nel giro di un paio di settimane, abbiamo assistito allo sbriciolamento della Casa delle Libertà e ad uno dei più aspri scontri istituzionali della storia repubblicana: l’aperto conflitto tra la presidenza della Camera e quella del Consiglio.

Fermo restando che le ulteriori evoluzioni delle due crisi appaiono del tutto imprevedibili, colpisce il fatto che il loro apice sia stato determinato proprio dalla rottura delle due alleanze considerate fino a ieri tra le più solide nel panorama politico.

L’alleanza tra Berlusconi e Fini, da una parte, e quella tra Prodi e Bertinotti dall’altra. A causare il brusco e doppio allontanamento hanno contribuito, naturalmente, diversi fattori. Sarebbe però pura miopia non vedere come esse segnalino un fenomeno apparentemente inarrestabile: e cioè la crisi di autorevolezza e di credibilità delle leadership che da quasi quindici anni fanno da perno per entrambe le coalizioni. Per Romano Prodi si tratta di un declino annunciato, essendo stato lo stesso premier a comunicare ad avvio di legislatura di sentirsi al suo «ultimo giro» da leader politico. Per Silvio Berlusconi le difficoltà si sono manifestate in maniera meno attesa ma non per questo meno profonda. Da un paio di settimane è il leader di un partito, non più di una coalizione: e non è una differenza da nulla. Naturalmente, in ragione degli effetti concreti che può determinare, gran parte dell’attenzione è calamitata dall’aspro scontro apertosi tra Fausto Bertinotti e Romano Prodi. È senz’altro vero che – al di là dello schema interpretativo che vuole il governo prigioniero della sinistra radicale – il partito del presidente della Camera abbia dovuto accettare decisioni nient’affatto popolari presso il proprio elettorato (dal no alla commissione sul G8 al pacchetto Welfare…). Eppure quella di Fausto Bertinotti è parsa un’escalation quasi studiata a tavolino. Ha cominciato col ventilare un governo istituzionale che evitasse le elezioni in caso di caduta di Prodi; ha continuato evocando «brodini caldi» per un esecutivo «emaciato e malaticcio»; ha concluso sancendo che «questo governo ha fallito», paragonando Prodi – citando Flaiano – a Cardarelli, «il più grande poeta morente». Che ieri il braccio destro del premier a Palazzo Chigi – Enrico Micheli – lo abbia addirittura accusato di «affievolimento del senso dello Stato», magari fa sobbalzare dalla sedia, ma ci può stare.

La domanda più ovvia, a questo punto, sarebbe: cosa succederà adesso? Nessuno può saperlo. È probabile che il governo tiri avanti fino alla già annunciata verifica di gennaio, così com’è possibile che ruzzoli per le scale del Senato, inciampando sul decreto sicurezza, sul pacchetto Welfare o magari sull’approvazione definitiva della legge finanziaria. La sensazione – è chiaro – è che il capolinea sia vicino: e del resto, di fronte alle rapidissime trasformazioni in atto nelle due coalizioni, il governo di Romano Prodi somiglia ormai a un fossile, a quel che resta – insomma – di una fase politica lontana anni luce. Il vero interrogativo, dunque, è quel che l’esecutivo trascinerà con sé nel fragore del prevedibile crollo. Se infatti dovesse seppellire anche la possibilità del varo di riforme che permettano la ricostruzione di un sistema politico ormai terremotato, allora i rischi di una lunga fase di instabilità si farebbero grossi. A danno del Paese, naturalmente. Ma anche della credibilità delle nuove leadership faticosamente emergenti…

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