L’ora del castigo

(5 Dic 07)

Michele Ainis
Per Clementina Forleo è l’ora del castigo. Il suo delitto ha un nome arcano, ed è poi il medesimo delitto dal quale nei prossimi giorni dovrà discolparsi De Magistris: incompatibilità ambientale e funzionale. Se il verdetto diventerà definitivo, significa che la Forleo dovrà fare una valigia, e dovrà inoltre rinunziare al suo ufficio monocratico. Insomma via da Milano, e mai più da sola a scrivere sentenze e ordinanze.

Ma che cos’è l’incompatibilità ambientale? A leggere la vecchia norma del 1946 che ne determina i confini, si tratterebbe d’una situazione oggettiva che offusca l’imparzialità del magistrato, nonché il prestigio dell’ufficio giudiziario. Da qui il trasferimento, che a sua volta prescinde da ogni colpa del magistrato trasferito, perché mira unicamente a restaurare la serenità turbata. Da qui – ha aggiunto la Consulta nel 2002 – il carattere non sanzionatorio del procedimento dinanzi al Csm, dove infatti non sono ammessi gli avvocati, a differenza del procedimento disciplinare. In breve, il trasferimento per incompatibilità ambientale dovrebbe recidere i conflitti d’interesse di cui è piena quest’Italia di figli e di cognati: è il caso d’un giudice i cui parenti siano giudici o avvocati o periti giudiziali nel medesimo distretto.

Se però dal cielo del diritto abbassiamo lo sguardo sulla Terra, il paesaggio assume tutt’altra dimensione. In primo luogo, il Csm utilizza per lo più questo istituto con finalità disciplinari, negando di fatto all’imputato le garanzie minime che s’accompagnano ai processi. In secondo luogo, vi fa ricadere i più disparati casi, obbedendo a una ragion politica, piuttosto che giuridica; e così nel 1977 ne fu vittima Falcone, spedito di punto in bianco alla sezione fallimentare di Palermo. In terzo luogo, quando l’incompatibilità deriva da cattivi umori nell’ambiente di lavoro, s’infila un paradosso. È il paradosso del mobbizzato: tu denunci l’ostilità dei tuoi colleghi, io per risolverti il problema ti trasferisco su un’isola lontana. Non a caso il Consiglio di Stato, l’anno scorso, ha detto che non basta un clima di reciproca sfiducia tra colleghi, perché si giustifichi un trasferimento per incompatibilità ambientale.

È dunque questa la colpa del giudice Forleo? Troppe denunce, troppe esternazioni, a leggere le troppe esternazioni di Letizia Vacca, membro laico del Csm su designazione del Pdci di Diliberto. Lei d’altronde, docente di diritto romano come il suo segretario di partito, come lui cagliaritana, è perfettamente compatibile all’ambiente. Però l’isolamento non può essere una colpa. Lo è piuttosto ogni violazione alla consegna del silenzio, peggio ancora se a telecamere sguainate. Se è questa l’imputazione del giudice Forleo, s’avvii un procedimento disciplinare vero e proprio. Altrimenti sarà difficile scacciare via il sospetto che il reale capo d’accusa sia la sua richiesta di procedere contro Fassino e D’Alema, ai tempi della scalata alla Bnl. Sarebbe grave, sarebbe una censura su un atto giudiziario.

O forse no, forse la Forleo è colpevole di non aver mai militato nei partiti, e nemmeno nei partiti giudiziari. Sarà per questo che al Csm ieri la decisione è stata unanime, tutte le correnti per una volta unite nella lotta. È il mal di merito denunziato da Giovanni Floris: in Italia o t’aggreghi a qualche camarilla, o farai meglio a chiuderti in casa.

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