Il ricatto dei nanetti

(5 Dic 07)

Giovanni Sartori
Tempo fa formulavo la «legge dei nanetti »: se una riforma elettorale è avversata dai partitini, vorrà dire che va bene; se invece piacerà ai partitini, vorrà dire che è cattiva. La rivolta dei nanetti è ora puntualmente avvenuta. Per la mia «legge» andrebbe combattuta. Invece Prodi in cuor suo gongola. Perché ora può affrontare Veltroni a muso duro, così: sei tu che hai inferocito i miei micro-partiti, e quindi sei tu che li devi placare facendo marcia indietro; altrimenti i nanetti mi fanno cadere e tu sei il traditore che affonda la sinistra al governo.
Se io fossi Veltroni (sia chiaro: non lo sono) gli risponderei a muso altrettanto duro così: se tu usi i nanetti per ricattarmi, io non ci sto. I nanetti sono tuoi, sei tu che te li sei coccolati e messi in casa. E debbo resistere sulla riforma elettorale che ho proposto proprio perché non voglio finire come te, e cioè paralizzato in un culo di sacco. E poi i tuoi nanetti li hai attizzati anche te fornendo loro la copertura di argomenti che ne nascondono la vera motivazione: mantenere il potere di ricattare il potere.
Dicevo che non sono Veltroni e che davvero non saprei come si regolerà. Resta utile passare in rassegna gli argomenti che i prodiani (anche con apporti esterni) fanno valere contro i sistemi proporzionali «impuri» (e cioè di proporzionalità ridotta) in discussione tra Veltroni e Berlusconi.
Il primo è che la proporzionale uccide il bipolarismo. La tesi è infondata. Inoltre i bipolarismi sono due. Quello che andrà a morire — si spera — è il bipolarismo sbagliato, all’italiana, che va a finire (Prodi docet) nell’ingovernabilità e nell’imbottigliamento. L’altro, è il bipolarismo flessibile praticato da tutte le democrazie parlamentari. Pertanto la «fine» del bipolarismo denunciato dai prodiani è uno spauracchio che non ci deve spaventare.
C’è poi l’argomento che gli italiani hanno conquistato il diritto «irrinunciabile » di sapere, prima del voto, quale coalizione (immodificabile) li governerà. Confesso che la straordinaria importanza di questo diritto mi sfugge. Ci viene raccontato che a questo modo i partiti sono soppiantati dalla volontà degli elettori. Ahimè no: questo è soltanto un imbroglio, o comunque un auto-inganno. In realtà la dottrina del «sapere prima» e delle coalizioni bloccate serve solo a garantire la durata in carica per cinque anni anche a un governo di incompetenti, di incapaci e di zombi. Il che equivale a dire che comporta — tra un’elezione e l’altra — un’intoccabile oligarchia partitocratica. Prodi si propone di insegnare in futuro la teoria delle coalizioni. Mi permetto di segnalargli che per questa teoria, che esiste da tempo, le coalizioni «ottimali » (che funzionano) devono essere minimal e connected, vale a dire minime (quanto più piccole possibili) e connesse (tra partiti contigui, vicini). Spiego meglio: la coalizione dev’essere minima, perché così è probabilmente più coesa, meno eterogenea; e deve essere tra vicini per minimizzare la loro distanza ideologico-programmatica. Invece noi abbiamo cercato coalizioni massime caratterizzate ovviamente da sconnessione. Prima di fare (malfare) bisognerebbe sapere.

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