Scontentare è governare

(1 Dic 07)

Michele Salvati
Con il voto di fiducia sul disegno di legge che recepisce il protocollo firmato a luglio da governo e parti sociali, mercoledì scorso si è chiuso alla Camera un importante round di concertazione all’italiana. Un round che, con alterne vicende, ha occupato gran parte dell’anno. Al Senato i margini della maggioranza sono assai più stretti e la sorte del provvedimento è del tutto incerta, a seguito di defezioni individuali imprevedibili. I partiti dell’estrema sinistra hanno combattuto per mesi per ottenere significative modifiche del protocollo nelle direzioni da loro preferite. Alla fine, però, hanno accettato la mediazione- diktat del presidente del Consiglio, che sostanzialmente ribadiva il testo originale, ed è molto improbabile che ricominci il tiramolla in Senato. Ora minacciano che, passata la Finanziaria, potrebbero sfilarsi dalla maggioranza. Appunto, «passata la Finanziaria », il che assomiglia un poco alle minacce di quei bambini i quali, avendo avuto la peggio in una baruffa in classe, si rivolgono a chi li ha picchiati frignando: «Ci vediamo fuori».

Si avvia dunque a passare una manovra complessa, che implica una maggior spesa di circa 2 miliardi per il 2008 e contiene importanti modifiche nei regimi pensionistici e nella legislazione del lavoro. Il giudizio mio (e dimolti economisti) è che il governo si sia comportato in modo abile: con questa maggioranza, le cose potevano andar peggio. Ma potevano andar meglio, se non ci si rassegna al realismo politico. Meglio come? È sufficiente rileggere i numerosi editoriali e commenti che questo giornale ha pubblicato per rendersi conto delle critiche e delle proposte, motivate non solo in termini di rigore e sviluppo (come ci si potrebbe attendere da un giornale «borghese ») ma anche, e forse soprattutto, in termini di equità, di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle persone meno difese, dei giovani, delle donne. Invece di ripetere cose già dette, oggi, in una situazione di forte turbolenza e innovazione politica, è forse più opportuno rivolgere alcune semplici richieste ai grandi partiti che domineranno la politica futura di questo Paese.

Per bocca del suo segretario, il Pd ha espresso posizioni in larga misura condivisibili. La domanda è: come pensa di poterle attuare in un governo di coalizione di cui sia parte importante la sinistra più estrema? Ancora. Quali rapporti il Pd cercherà di instaurare col sindacato? Cercherà ancora una «concertazione » così vincolante come quella che si è attuata in questa prima fase del governo Prodi? Ancor più semplice è la domanda al futuro Partito del popolo delle libertà. Finora il centrodestra si è avvalso del privilegio dell’opposizione, di criticare senza proporre. Ma la memoria fresca della sua prova di governo, in cui di iniziative liberalizzatrici se ne sono viste poche e la spesa pubblica è aumentata di 2 punti percentuali sul Pil—e questo nonostante un’ampia maggioranza e un governo di legislatura — non gli consente di godere a lungo di questo privilegio. Fare proposte, e soprattutto attuarle — insomma, governare — vuol dire scegliere e scontentare qualcuno. Può Berlusconi tollerare questa idea?

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