Il bipolarismo Italiano. Gli avversari del dialogo

(2 Dic 07)

Angelo Panebianco
L’aspetto più importante dell’incontro fra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi sta forse nella sua valenza simbolica. Con il colloquio, e le successive dichiarazioni distensive, dei due leader più forti, si è voluto porre termine, simbolicamente, al bipolarismo feroce che caratterizza la storia italiana dal 1994, alla reciproca delegittimazione, allo scontro fra nemici. Al di là degli aspetti tecnici (quale legge elettorale? quali riforme costituzionali?) questo è il vero significato dell’incontro. Se infatti si vuole inaugurare una diversa fase politica, nella quale le coalizioni di governo possano formarsi fra simili, dotati di reali affinità programmatiche, e non fra diversi e lontani con il solo scopo di «battere il nemico », i leader rivali devono incontrarsi con rispetto e concordare nuove regole del gioco, tali da conseguire due obiettivi: assicurare che in futuro la competizione non possa degenerare in guerra e garantire a chi vince la possibilità di governare in ragione della sua interna coerenza programmatica.

Naturalmente, quest’ansia di normalità democratica dovrà essere messa alla prova: si tratterà di vedere se i tifosi, i sostenitori delle due parti, saranno d’accordo, accetteranno una riconversione, che implica un cambiamento di menta-lità, così profonda. Non è detto che ciò accada. Soprattutto perché in un quadro politico frammentato, sono tanti quelli che hanno troppo da perdere in una conversione alla normalità, e che soffieranno sul fuoco per bloccare il processo. Per quanto riguarda la sostanza (riusciranno i nostri eroi a fare, per lo meno, una decente legge elettorale?) è lecito essere scettici. Veltroni e Berlusconi condividono un interesse (a un sistema elettorale che favorisca i due grandi partiti) ma ciò li mette in rotta di collisione con altri potenziali partner. Ad esempio, se davvero giungessero a un accordo su una legge elettorale di tipo spagnolo (che sovrarappresenta i grandi) si troverebbero di fronte alle barricate erette da tutti gli altri. O accetteranno, alla fine, un compromesso al ribasso che non li favorirà oppure dovranno fronteggiare formidabili opposizioni.

Tra i due è messo meglio Veltroni. Se andrà male, se il Parlamento non sarà in grado di fare una legge elettorale a lui gradita, egli potrà ripiegare sul referendum. Berlusconi, invece, è in guai più seri. Ha rotto con Gianfranco Fini, l’unico fra i suoi ex partner che avrebbe potuto spalleggiarlo nella ricerca di una legge elettorale che favorisse le grandi formazioni. E, col referendum incombente, rischia persino una rottura con Umberto Bossi, il solo alleato che non lo abbia ancora abbandonato. La nascita del Partito democratico (nel centrosinistra) e lo sparigliamento delle carte voluto da Berlusconi (nel centrodestra) hanno indubbiamente fatto entrare aria fresca e dato a molti la sensazione che, nel nuovo clima, si potesse uscire dai rifugi e togliersi gli elmetti, che i tempi plumbei della democrazia blindata fossero alla fine. È una bella sensazione anche se la storia passata del Paese non autorizza a scommettere molto sulla possibilità di un lieto fine.

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