I dolori del giovane Sarkozy

(2 Dic 07)

Barbara Spinelli
In apparenza non è nuovo quel che si vede in Francia, quel che si tocca con mano da molte settimane: l’intrico di passioni che Sarkozy suscita nel paese, il confluire di sentimenti discordanti come l’infatuazione e il rigetto, gli appetiti che son stati accesi e l’inappetenza. È visibile la rabbia di un gran numero di categorie sociali, spaventate dalle riforme del Presidente, ma al tempo stesso sono visibili l’attesa enorme che tali riforme risvegliano, e il desiderio che il capo dello Stato vada avanti, non si sieda a metà strada come prima di lui si sedettero Jacques Chirac e ­ soprattutto ­ François Mitterrand. Intanto monta lo scontento, dopo i primi mesi di tregua: visibile anch’esso, lento, cupo. Quel che Sarkozy aveva promesso era un aumento rapido del potere d’acquisto: l’aumento per ora non c’è. Con apodittica certezza aveva annunciato la crescita: anche la crescita non c’è.

Queste passioni contrastanti spiegano l’affastellarsi così singolare di tumulti, che si son succeduti ultimamente: prima i dieci giorni di sciopero di ferrovieri e elettrici contro i regimi pensionistici speciali (la partecipazione è stata alta: tre quarti hanno scioperato); poi la collera degli studenti contro l’autonomia delle università; poi quella dei liceali che temono di esser esclusi dalle università destinate all’eccellenza e di finire in quelle declassate; poi i marinai-pescatori; poi la protesta dei magistrati contro le riduzioni dei tribunali.

Infine le banlieues, di nuovo precipitate nella sedizione e neutralizzate con un esorbitante dispiegamento di forze che tranquillizza solo temporaneamente, perché gli elicotteri che sorvolano i quartieri difficili e illuminano a giorno, nel mezzo della notte, le tristi facciate delle case-caserme non fanno pensare a uno stato pacifico ma a uno strano stato di guerra che s’insedia sugli orli delle metropoli.

C’è qualcosa di singolare nei tumulti perché il loro infiammarsi e proliferare non testimonia l’esistenza di una società in rivolta: testimonia la rabbia di singoli individui, di frammenti, grumi, che non si sentono parte d’un tutto, che tra loro non hanno rapporti e anzi si guatano l’un l’altro con rancore. Sarkozy continua a esser popolare ma ha davanti a sé un arcipelago inafferrabile, imprevedibile, sminuzzato, che pare coglierlo di sorpresa con le sue eruzioni di negatività. Che pare anche indicibile, nonostante il Presidente e chi l’affianca abbiano una loro visione molto perentoria del mondo che viviamo e dei suoi bisogni. Sono convinti che sia un mondo di conservatorismi, di uomini assistiti anziché responsabili.

Vogliono mutarlo, perché sono stati eletti da una maggioranza che ignora in maniera militante i sacrifici già compiuti dal paese per anni. Sono persuasi che i francesi debbano abituarsi a una maggiore competitività, a più sforzi: ad «alzarsi presto la mattina», ripete Sarkozy. Tutto è assai nitido ai loro occhi, e semplificabile. La parola intelligenza s’è fatta rara nel lessico politico: la parola vincente è il più liscio, più accessibile, meno labirintico buon senso. Dipanato da questo buon senso, il mondo viene re-interpretato. Proprio questo suscita simultaneamente infatuazione e fobia. Come nell’elegia duinese di Rilke, c’è chi dice: «Noi non siamo propriamente di casa / nel mondo interpretato».

Sono anni che in Francia governa la destra e quel che accade non sorprende troppo. Eppure qualcosa di nuovo c’è, a cominciare dalle banlieues. Sono comparse le armi, per la prima volta. Gruppi bene organizzati controllano parti dei quartieri, dove la polizia può poco, e non se la prendono solo con le cose ma con le persone, sparando ad altezza d’uomo. Si sono procurati fucili, il che vuol dire che nelle borgate «sensibili» non c’è ormai solo spaccio di droga ma di armi. 82 poliziotti son stati feriti da proiettili, alcuni gravemente: è comunque segno di grande compostezza civile ­ Sarkozy lo ha sottolineato ­ il fatto che non abbiano sparato a loro volta.

Questo significa che lo Stato ha perso il monopolio della forza in una parte del proprio territorio, avendo perso, a monte, autorità e legittimità. Quando Sarkozy si vanta ­ è accaduto giovedì in un’intervista televisiva ­ e afferma che grazie al suo operato di ministro dell’Interno e di Presidente lo Stato è tornato a dominare le banlieues, dice la forza tecnica dell’autorità pubblica ma non un’autentica sua sovranità. Anche questo concentrarsi sui mezzi impiegati dopo i tumulti è «mondo interpretato» senza l’intelligenza della complessità, e della prevenzione mancata. I giornalisti gli hanno chiesto se lo Stato non abbia fallito, non avendo curato le radici sociali del malessere (la disoccupazione che in periferia è altissima, la mancanza di futuro per tanti giovani, la riduzione drastica della polizia di prossimità e delle associazioni, estromesse dal bilancio pubblico). Lui, irritato, nega che la delinquenza si combatta medicando i disastri alla sorgente. I grezzi sillogismi del buon senso lo portano a dire che non è lo Stato sociale a creare civismo, e non è il suo ridimensionamento a secernere delinquenti.

Bisogna colpire questi ultimi, e poi magari offrire ai giovani di periferia più corsi di formazione. Una vera analisi non c’è, sullo Stato sociale che sfaldandosi ha pian piano disfatto l’idea stessa di bene pubblico. Lo stesso semplicismo con cui si studia il terrorismo si ripete nelle nostre periferie urbane.

Sarkozy ha vasto successo in Italia, ed è specialmente applaudito da chi lamenta le nostre abitudini a negoziare le riforme. Sarkozy almeno ha un programma chiaro ­ dicono gli ammiratori ­ e «si spiega al Paese» piuttosto che perder tempo nelle concertazioni con sindacati e imprenditori (lo sostiene Mario Monti, sul Corriere della Sera del 25 novembre). Ma questo «spiegarsi» di Sarkozy al paese non è necessariamente una forza. È segno che da decenni la Francia è incapace di riformarsi dal basso, generando una sintesi tra rappresentanze sociali. Quel che sta dietro l’uomo forte, in paesi non dittatoriali, è quasi sempre un’insidiosa incompletezza, un’inadeguatezza. L’uomo forte e giacobino decreta il progresso dell’economia o della società, per poi rimanere stupefatto quando le cose non funzionano. Così fu per le 35 ore dei governi di sinistra: non crearono crescita. Così è per le prime misure di Sarkozy (tasse più basse con innalzamento del deficit pubblico, ore di straordinario defiscalizzate): non hanno creato potere d’acquisto, anche se introdotte di recente. Se Sarkozy appare più forte degli italiani è perché le istituzioni francesi sono più solide e garantiscono durate certe: non perché personalmente il Presidente s’espone, si spiega, e crea.

Sarkozy d’altronde sembra esserne cosciente. Se è riuscito a metter fine allo sciopero dei ferrovieri e degli elettrici, è perché dopo un primo irrigidirsi ha deciso di intensificare la concertazione, e di puntare sul nuovo asse di riformatori che si identifica con il sindacato cattolico Cfdt, con Thibaud capo dell’ex comunista Cgt, con il sindacato studentesco Unef.

Chi ha parlato coi sindacati conferma che all’inizio l’Eliseo quasi desiderava lo scontro, per poi mostrare lo straordinario suo pugno: è la tesi di Chérèque, capo della Cfdt, che durante lo sciopero telefonò ripetutamente agli uomini del Presidente senza mai esser richiamato. Secondo François Bazin, notista politico, Chérèque avrebbe detto: «Ho la netta sensazione che il governo ci domandi di far sciopero». Sarkozy pare aver intuito il pericolo, e in Tv ha insistito sulla concertazione. Ha ribadito che il governo non ha ceduto, ma che i regimi speciali non sono ancora allineati sulle altre pensioni come in principio voleva: «Non siamo vincitori e il sindacato non è vinto», ha detto. E ha spiegato: «È pur sempre con i sindacati che nei prossimi anni si dovrà riformare la Francia».

Non pochi esperti politici a Parigi mi confermano che le analisi di Monti sono giuste. Le riforme, qui, si possono probabilmente fare solo così: rischiando una conflittualità alta. Ma non alimentando questa conflittualità, non profittando di una debolezza sindacale che è lungi dall’essere un vantaggio, visto che apre spazi ben più grandi che in Italia a movimenti e secessionismi non governabili. Il sindacato in Francia è una creatura ambigua, potente-impotente. È forte solo nel settore pubblico ­ in particolare nell’istruzione ­ mentre è debolissimo nel privato (5 per cento d’iscritti). Proprio questo tuttavia gli dà peso, e un peculiare statuto di supplenza. Il sindacato francese tende ad esser percepito come sostituto della sinistra ogni volta che questa tracolla (accadde nel 1920, nel 1936, nel 1945, nel 1968, ricorda Jacques Julliard nel Nouvel Observateur). E inoltre rappresenta un punto di riferimento per chi nel privato non è sindacalizzato, ha lavori sempre più precari, non può permettersi lo sciopero: quel che le centrali conquistano nel pubblico può aver ripercussioni nel privato, e i loro segnali non di rado sono precursori.
(1- continua)

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