Sarkozy e l’Italia

(25 Nov 07)

Mario Monti
Politica, consenso e riforme.
È finito lo sciopero dei trasporti, ma è presto per dire che Nicolas Sarkozy ha vinto la battaglia delle riforme. Il governo non si è fatto piegare, ha ottenuto che i regimi pensionistici dei servizi pubblici vengano riformati. Ma ha fatto alcune concessioni, il cui costo non è ancora chiaro. E altre riforme, come quella dell’università, incontrano forti resistenze. Un successo prezioso per le prossime sfide, il presidente l’ha comunque conseguito: gran parte dell’opinione pubblica è con lui; non, come sempre era avvenuto in Francia, con le categorie che si oppongono alle riforme.

Tre punti, di interesse per l’Italia, si possono fin d’ora notare. Sarkozy e l’Italia. In nessun altro Paese il «fenomeno Sarkozy» è vissuto con tanto interesse e con ammirazione, a destra ma anche a sinistra. In altri Paesi, a cominciare dalla Germania, il presidente francese genera meno interesse, è spesso criticato e non provoca il pensiero che sembra pervadere molti italiani: «Se l’avessimo anche noi…». È uno stato d’animo che evidenzia, meglio di tanti discorsi, il desiderio di un Paese adulto di essere governato nel linguaggio della verità e con il coraggio della decisione. Centrodestra e riforme. Facciamo bene, in Italia, a spiegare che politiche liberali, fondate sulla concorrenza e sul merito, giovano agli obiettivi sociali delle sinistre, come è acquisito da tempo in Europa. Ma perché rinunciare ad aspettarci in primo luogo dalle forze di centrodestra un forte e radicale impulso verso quelle riforme?

L’ottima opera economico-sociale di Blair, di Clinton, di Zapatero non sarebbe stata possibile se prima di loro Thatcher, Reagan, Aznar non avessero smantellato il dominio delle corporazioni sull’economia, dando spazio al mercato, allo sforzo individuale, al merito. È quello che Sarkozy si propone di fare, pur nel più statalista dei grandi Paesi occidentali. Il centrodestra di Silvio Berlusconi ha avuto il merito di creare in Italia una grande forza alternativa, ma non l’ha usata per imprimere una svolta verso un liberismo disciplinato e rigoroso. Ha combattuto con accanimento gli spettri comunisti del passato, più che gli interessi corporativi del presente. Sarà proprio l’Italia l’unico Paese capace di riformarsi a fondo solo grazie alla palingenesi, apprezzabile ma faticosa, delle forze di centrosinistra, che per decenni si erano impegnate con successo contro l’economia di mercato? Perché il centrodestra, oggi in ebollizione, non potrebbe trovare questa missione, che darebbe a esso dignità storica? Mandato, ouverture e riforme.

Sarkozy ha vinto le elezioni su un programma chiaro. Ha ottenuto un mandato sui sacrifici, non sulle illusioni. Non è andato a testa bassa contro gli avversari sconfitti. Ne ha sollecitato il contributo di idee. Si è parlato di ouverture, non di magouille (francese per «inciucio»). Ha reso così più condivise le sue linee politiche, più deboli gli argomenti degli oppositori, più isolate le categorie che resistono alle riforme. Non ha bisogno di una «grande coalizione » ma, sul piano della pedagogia, l’ha già realizzata. E si spiega al Paese, invece di «concertare» con le organizzazioni sindacali e imprenditoriali.

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