Il postfascismo si è fatto in due

(25 Nov 07)

Gianni Baget Bozzo
La decisione di Berlusconi di porre fine al bipolarismo ha scosso le fondamenta di Alleanza Nazionale. Fini è diventato il padre padrone del partito perché è stato il titolare dell’alleanza con Berlusconi. Paradossalmente, è stato Berlusconi a rendere possibile il disegno del presidente di Alleanza Nazionale di trasformare il partito di Almirante nella lista Fini. Ma, con questo disegno, Fini pensava di essere anche o il successore o l’alternativa a Silvio Berlusconi, secondo le scelte del leader della Casa delle libertà. E ha oppresso duramente i berluscones del suo partito, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, che erano gli esponenti del radicamento cattolico del partito di Almirante.

Ora le cose cambiano, Fini dovrà scegliere se stare a destra o a sinistra del Partito delle libertà, non può, come ha fatto sinora, praticarle contemporaneamente tutte e due. Si è aperta così la crisi del postfascismo: evidentemente non era stata chiusa all’assemblea di Fiuggi. Ma già con il convegno di Storace a cui è intervenuto Silvio Berlusconi è apparso chiaro che vi sono due versioni del postfascismo: una di Fini, l’altra di Storace. Il modello gollista Fini ha fatto una scelta molto chiara: Fiuggi vuol dire la rimozione del fascismo per cercare un rapporto con l’elettorato italiano su una linea di destra democratica e laica: il modello gollista. Ma né Fini e neanche Berlusconi sono De Gaulle: e una linea laica di destra in un paese in cui esiste il Papato ha poca fortuna. Però Fini è stato molto coerente nel suo procedere ed è riuscito a inglobare tutta la classe dirigente legata ad Almirante: sono bastati una chiacchierata notturna e un caffè per permettere al leader di fare fuori, con un semplice gesto, tutta la nomenclatura missina di Alleanza Nazionale. Ma, per fare il grande cambiamento, occorreva fare il grande salto. E Fini è andato a cercare un’investitura laica e democratica in Israele: lì è giunto a definire le leggi razziali come il «male assoluto». Questa categoria del male assoluto non esiste nella tradizione ebraica e nemmeno in quella cristiana: è un pensiero elaborato per comprendere la Shoah come evento unico. In Italia l’intervento di Fini venne inteso come la condanna del fascismo quale «male assoluto»: il che era troppo, anche per il dirigente preferito da Giorgio Almirante nella successione. C’era una linea alternativa alla posizione di Fini? Certamente c’era: ed era proprio la tradizione almirantiana, che vedeva nel postfascismo una componente democratica della società italiana.

Infine il ventennio era stato una rivoluzione di marca socialista, antiborghese, anticapitalista, e definirla destra era un problema anche per Almirante: ma lui ci tentò. Infatti riuscì a fare del Msi una componente della democrazia italiana, tanto che tutti i partiti, dalla Dc al Pci, non videro di buon occhio il tentativo di un magistrato, Degli Espinosa, di applicare al Msi la legge Scelba e discioglierlo come un partito che puntava a sovvertire la democrazia. La legittimazione a sinistra Storace rivendica l’interpretazione di Almirante e reagisce al tentativo di trasformare la storia missina in una lista Fini. Ciò è stato reso possibile dalla tradizione fascista di obbedienza al leader. Ma l’investitura di Gianfranco Fini da parte dei rabbini e l’accenno al «male assoluto» hanno creato un tumulto. Francesco Storace ci ha pensato a lungo, poi, quando ha capito che Fini gli avrebbe fatto fare la medesima fine di Gasparri e di La Russa, ha deciso di fondare, basandosi sulla forte tradizione missina della capitale, un movimento che riprendesse la tesi di Almirante del postfascismo come componente della democrazia italiana. E ha avuto la fortuna che su questa scelta Berlusconi mettesse il cappello. Berlusconi ha l’autorità di legittimare in tutto il centrodestra la riproposizione della identità storica col Msi almirantiano espressa da Storace. Berlusconi ha capito che Fini cerca come ultimo termine della sua carriera politica di essere legittimato a sinistra. Fini spera in Veltroni come colui che prenderà per buona la totale cancellazione dell’eredità postfascista. E il leader di An cerca di essere legittimato come l’avversario a destra da Veltroni nelle elezioni comunali di Roma: anche se una destra laica nella capitale sembra un evento impossibile. Storace lo ha capito, Berlusconi anche. Di qui è nato un solido consorzio che è un problema per il leader di Alleanza Nazionale. Non basteranno a Fini le amicizie laiche che ora ha trovato ad assicurargli il successo di una candidatura politica a sindaco di Roma. Storace ha giocato una carta destinata a pesare sul postfascismo italiano.

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