La crisi del maggioritario

<em>(24 Nov 07)</em>

Angelo Panebianco
Una sconfitta italiana

Alla fine degli anni Settanta, Prima Repubblica, Giuliano Amato propose per l’Italia un sistema maggioritario a doppio turno. In una riunione da lui convocata per ascoltare le reazioni di studiosi delle più varie estrazioni politiche, le critiche risultarono, se ricordo gli umori in sala, più numerose dei consensi. Ci fu persino qualcuno che, contrario al maggioritario, si spinse a dire che la democrazia, per essere davvero tale, necessita della proporzionale (nella tanto rimpianta Prima Repubblica queste sciocchezze erano la norma).

Oggi, dopo un quindicennio di peregrinazioni in agitate acque maggioritarie (o quasi), è ormai da tutti deciso che è bene fare dietrofront, tornare alla proporzionale, essendo quello l’unico sistema elettorale adatto all’Italia. Bene, forse è davvero così. Ma vorrei far notare che dovremmo allora riflettere su quale democrazia sia mai la nostra e sulle ragioni di un così clamoroso fallimento.

Nella Prima Repubblica c’era il Partito comunista. Allora, si diceva, solo la proporzionale, diluendo le tensioni fra maggioranza e opposizione, può sostenere la fragile democrazia italiana. All’inizio degli anni Novanta, crollato il Muro, si pensò che l’Italia potesse entrare nel novero delle democrazie normali ove l’alternanza al governo non costituisce un dramma per nessuno. E il sistema maggioritario venne scelto per accelerare la trasformazione e stabilizzarla. Tenuto anche conto del fatto che, fra tutte le grandi democrazie occidentali,

solo la Germania e la Spagna utilizzano sistemi elettorali proporzionali (sia pure corretti). Si discuterà all’infinito se il fallimento del tentativo sia dipeso dal fatto, come ha sempre sostenuto Giovanni Sartori, che sbagliammo sistema maggioritario (a un turno unico anziché a doppio turno) oppure dal fatto che non adeguammo al maggioritario la Costituzione o, ancora, dal fatto che, varato il maggioritario, ci impegnammo allo spasimo per proporzionalizzarlo (con la quota proporzionale, con regolamenti parlamentari e sistema di finanziamenti che incoraggiavano la frammentazione, eccetera).
Ma la causa di fondo, forse, è un’altra: che l’alternanza (la quale pure abbiamo conosciuto in questo quindicennio di quasi-maggioritario) è rimasta un dramma, un trauma, per la parte del Paese che perde le elezioni. Per questo, forse, non possiamo permetterci il maggioritario. Si demonizzavano fra loro, nella prima fase della guerra fredda, Dc e Pci (ed era comprensibile). In seguito, però, venne ferocemente demonizzato Craxi. Oggi c’è Berlusconi, domani, probabilmente, un altro, e dopodomani un altro ancora. E la frammentazione degli schieramenti (causa «ufficiale » del fallimento del maggioritario), forse, è stata un modo involontario per continuare a diluire le tensioni.

C’è sempre qualcosa di «emergenziale», un grumo oscuro, nella vita della democrazia italiana. Per questo, forse, la proporzionale ci si confà. Purché si smetta di mentire. La proporzionale, con Cose Bianche, Cose Rosse e il resto, servirà forse alla nostra difficile democrazia per sopravvivere (altro che Germania) ma, di sicuro, non per vivere bene.

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