A mal partito ritorniamo al “partito”

(23 Nov 07)

Gian Luigi Beccaria
La «nuova politica» basata su pubblicità, televisione, marketing, eventi e gazebo più che su dibattiti, sta spiazzando talvolta il senso delle parole, o facendole tornare alla ribalta. Da qualche giorno la parola «partito» ha alzato il suo indice di frequenza.

«Partito» è parola antica. L’abbiamo sempre intesa come unione di più persone che trovano un punto di accordo per il raggiungimento di fini comuni per la conquista e l’esercizio del potere, associazione volontaria in cui (ma, si badi bene, dopo confronto e discussioni e lunga maturazione) i cittadini e loro rappresentanti che condividono un’ideologia si ritrovano intorno a un programma politico. La parola «partito» ha sempre avuto questo suo significato preciso, e serio, e con quest’accezione la si comincia ad usare almeno dalla seconda metà del Trecento. Tra il 1892, fondazione del Partito socialista italiano, e il 2007, fondazione del Partito democratico, nel nostro Paese sono nati molti partiti: dal Partito comunista italiano (1921) al Partito liberale (1924), al Partito socialdemocratico (1962), al Partito radicale (1963), al Partito di unità proletaria (1972), al Partito democratico della sinistra (1991) e altri ancora, partiti che hanno trovato tutti punti di accordo e programmi condivisi soffrendo lungo e spesso doloroso travaglio.

Domenica, con un «colpo di teatro», Berlusconi lucidamente esagitato, arrampicato su un’auto, e con gesto simbolico che può anche ricordare in forma più da commedia che da tragedia il gesto di Eltsin, ha fondato in quattro e quattr’otto un nuovo partito, il Partito del Popolo della libertà. E si è mostrato senza alcun dubbio grande giocatore, un improvvisatore capace di rinascere come la fenice, e tornare a dettare le regole: dall’angolo dove era finito al centro della partita. Un colpo mediatico studiato a tavolino, non a caso avvenuto non in teatro o in un’assemblea ma in piazza San Babila, tra «la gente», «il popolo», in una piazza luogo di riunione un tempo della destra estrema (ha incassato l’approvazione dell’estrema di Storace, spiazzando Fini).

Dunque, si torna a «partito», entità che è sempre maturata negli anni, e che ora può anche essere improvvisata. Ci sono stati momenti in cui avevano preso piede denominazioni di aggregazioni più larghe, come «casa» (Casa delle libertà, come se fosse Casa del mobile, Casa del…), o denominazioni polari: si era difatti stabilizzata l’accezione di polo come «aggregazione politica», il Polo delle libertà, il Polo del Buongoverno, e Il Polo aveva assunto quindi un significato antonomastico. E s’è continuato coi «circoli» (il «Circolo della libertà» della Brambilla). La parola «partito» puzzava troppo di spartizione, di partitocrazia, di Palazzo, di beghe e teatrini. C’è stata anche la stagione di nutrita neologia botanica, dalla Quercia pidiessina all’Ulivo, alla Margherita, voci nuove che nascono in un già florido orto che aveva proposto l’edera repubblicana, il garofano socialista, la rosa radicale. Si parlò di cespugli, metafora diventata dal 1995 termine della politica per indicare un partito minore che fa parte di una coalizione (prima documentazione in Repubblica 9 febbraio ’95, Leoluca Orlando: «Ma la Rete non vuole diventare un cespuglio della Quercia»).

Ora si torna a usare «partito». Che non sarebbe poi un gran male, se riuscissimo a limitarne il numero e non cominciare con rivoli dispersivi di correnti. Perché adesso l’Italia è proprio a mal partito. Vogliamo mettere testa a partito?

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