L’Italia in salsa tedesca

(22 Nov 07)

Luigi La Spina
Poveri lettori. E poveri commentatori. I primi dovrebbero capire e i secondi spiegare come mai, in pochi giorni e contemporaneamente, i leader dei due maggiori partiti, Veltroni e Berlusconi, si siano convertiti dal maggioritario al proporzionale. Perché proprio i più accaniti bipolaristi si siano detti profondamente delusi del sistema sul quale si è fondata la cosiddetta seconda Repubblica. Insomma, perché, ora, vogliano un’Italia in salsa tedesca. Tutti tranquilli. Se non vi siete accorti di nulla, non preoccupatevi. In Italia, in effetti, non c’è stata nessuna rivoluzione o nessun colpo di Stato restauratore.

Non si aggirano emuli di Mao, di Napoleone Bonaparte e neanche di Lenin. Un «piccolo miracolo», però, è avvenuto: finalmente l’esperienza di queste ultime legislature ha convinto i nostri politici di quanto avesse ragione il massimo esperto di ingegneria istituzionale del nostro Paese, Giovanni Sartori. Da anni, il maestro dei politologi italiani si affanna a spiegare che i sistemi elettorali non sono fini, ma mezzi; che l’uso combinatorio delle varie formule produce risultati contraddittori; che l’estrapolazione di modelli stranieri, per di più applicati male e parzialmente, ha effetti pasticciati e incongrui. Così, l’illusione di riuscire a ridurre la frammentazione dei partiti attraverso una legge elettorale è definitivamente caduta e i principali beneficiari di una semplificazione del nostro sistema politico cercano, ora, di ottenere lo stesso effetto invertendo il processo: invece di partire dalla riforma elettorale e istituzionale, provano a riformare il quadro dei partiti.

Ecco perché è inutile, oltre che sommamente noioso, attardarsi su quelle che Luigi Einaudi chiamava «scatole vuote», come le parole magiche sulle quali fanno finta di dividersi i nostri politici: maggioritario, proporzionale, bipolarismo, bipartitismo, collegi grandi o piccoli, e via complicando. L’importante è chiarire il risultato che si vuole ottenere ed avere la forza politica di imporlo. L’abilità e la fantasia di costituzionalisti e politologi, come si è dimostrato in questi giorni, consentono di raggiungerlo ugualmente, usando e combinando tecniche diverse, battezzando lo strumento come lo si vuole.

Se, allora, teniamo a mente solo l’obiettivo e non ci facciamo distrarre dalle formule, quanto sta avvenendo diventa più chiaro: i maggiori partiti dei due schieramenti italiani non vogliono tanto «tagliare le ali» del panorama partitico italiano, ma tagliare il loro potere di ricatto. Il modello tedesco, in effetti, sembra il più adatto ad assicurare la rappresentanza anche delle minoranze, purché non infime, ma a non garantir loro il diritto al «veto». Poiché si è dimostrato, come diceva in tempi e circostanze molte diverse Enrico Berlinguer, che «in Italia non si può governare col 51 per cento», il nostro futuro prossimo, se si riuscisse a trovare un accordo «alla tedesca», potrebbe configurarsi in maniera abbastanza semplice. A sinistra, un gruppo «radicale» condannato all’opposizione permanente, sia pure con una funzione importante di testimonianza e di rappresentanza, e il fulcro di una forza, inizialmente del 35-40 per cento, candidata al governo. A destra, un altro partito di consistenza e di ambizioni simili, che lascerebbe la sua parte «pura e dura» alle nostalgie più reazionarie e neofasciste, altrettanto destinate all’opposizione permanente.

In queste condizioni, le ipotesi governative sarebbero evidentemente solo due. Una grande coalizione, magari battezzata come ministero «istituzionale», forse inizialmente necessaria per imporre ai partiti più piccoli la svestizione coatta del loro potere di ricatto. O l’alleanza, possibile per entrambe le formazioni maggiori schierate in campi opposti, con un gruppo centrista del 10-20 per cento, fra cui magari potrebbe comparire anche la Lega di Bossi. A questo punto, il modello tedesco si completerebbe con la memoria storica del ruolo svolto, in tempi non lontani, dai liberali tedeschi, il vero ago della bilancia della politica germanica nel dopoguerra. Ricordiamo, a questo proposito, che, dopo l’eccezione di Schroeder che preferì i Verdi alla Fdp, solo l’insufficiente apporto numerico dei liberali, costrinse la Merkel a non rinverdire quella lunga tradizione.

Se a questo sbocco portasse davvero la Terza Repubblica prossima ventura, il paradosso sarebbe evidente: poiché «la grande coalizione» non è mai la regola con la quale un sistema politico viene governato, quel potere di ricatto che ha costretto all’impotenza i ministeri di questi anni ricomparirebbe, sempre nelle mani dei «neocentristi» di casa nostra. La democrazia tedesca, nella seconda metà del secolo scorso, è vissuta benissimo così. Chissà se ci riuscirebbe, nella prima metà di questo secolo, anche l’Italia.

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