Il capitale di Prodi

(18 Nov 07)

Andrea Romano
Le vittorie valgono soprattutto per il bottino che consegnano ai vincitori. E la chiara vittoria che Prodi ha incassato in settimana gli dà facoltà di scegliere cosa fare del gruzzolo che si ritrova tra le mani. Può decidere di spenderlo per dimenticare i limiti politici della sua coalizione, annunciando all’Italia obiettivi del tutto onorevoli ma destinati a essere smentiti di qui a qualche settimana.

Nell’intervista di ieri a Repubblica ha parlato tra l’altro di redistribuzione, sicurezza, riforma della pubblica amministrazione: i grandi e nobili temi su cui questo governo ha già mostrato tutta la corda della propria fragilità. Oppure, assai più saggiamente, può utilizzare il suo nuovo capitale per porsi alla testa di un governo delle riforme possibili. Quelle meno blasonate, quelle più indispensabili per superare lo stallo nel quale il Parlamento si trova sin dall’indomani delle elezioni: legge elettorale, correzione del bicameralismo perfetto, rafforzamento dell’esecutivo.

Piccole cose alle quali sarebbe stato necessario dedicarsi tempo fa, dopo una vittoria elettorale troppo risicata per consegnare a chiunque un mandato di valore strategico.

Ma che, da oggi, possono essere rivendicate da un presidente del Consiglio che dispone di dosi aggiuntive di tempo e ossigeno.

E’ vero, si fa presto a dire «governo delle riforme» e il Paese se l’è sentito dire troppe volte in questo decennio assai poco riformato. Intanto il tempo è passato, la disillusione italiana verso la politica è, se possibile, ancora cresciuta e siamo tutti assai meno sensibili al fascino di quella formula tanto logora. In questo senso ha fatto un certo effetto vedere riuniti attorno al tavolo di Italianieuropei i protagonisti mancati di tutti i vari tentativi di riforma istituzionale sperimentati in questi anni. È l’effetto che si prova ascoltando un gruppo di reduci che ricorda le tattiche più ardimentose sperimentate senza successo in tante battaglie. Eppure, nonostante la stanchezza, non cambia per il Paese l’urgenza che quel risultato venga finalmente raggiunto. E oggi colui che può arrivarci meglio degli altri è Romano Prodi, se solo avrà l’umiltà di rinunciare ad annunciare «il grande cambiamento italiano» per provare invece a rimuovere i tappi che impediscono alla politica italiana di decidere.

Per farlo, va da sé, dovrà cercare l’appoggio di una parte della Casa delle Libertà. Proprio lui, il leader che per due volte ha sconfitto il Cavaliere in duello frontale, potrebbe essere l’uomo del dialogo conclusivo con quelle componenti dell’opposizione che a giorni alterni dichiarano di voler superare la gabbia del monopolio berlusconiano. Per sé aprirebbe un prestigioso finale di partita, tutto il contrario dell’ostinata resistenza che alcuni hanno prefigurato per il suo futuro a Palazzo Chigi. Per gli altri, per i reduci delle riforme istituzionali mancate, vi sarebbe lo spazio per un ultimo e onorevole tempo supplementare. Così come ai riluttanti alleati di Berlusconi sarebbe data la possibilità di tener fede ai propri annunci, passando per una volta dalla predicazione alla pratica dell’autonomia.

Romano Prodi ha dunque per le mani una carta decisiva. Se l’è guadagnata sul campo ma deve ancora chiarire che uso farne. Potrebbe trasformare la vittoria al Senato in una spolverata di talco, tanto rinfrescante quanto effimera, così come potrebbe assumersi in prima persona la responsabilità di condurre in porto la lunga transizione italiana. Le condizioni politiche non sono mai state tanto favorevoli. Il coraggio dell’umiltà è quello che servirebbe per arrivare al traguardo.

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