Colpo di scena

(19 Nov 07)

Lucia Annunziata
Diciamo che è possibile sognare. L’idea sarebbe quella di immaginare che a questo punto, dopo un duello lungo dieci anni, gli eterni avversari Romano Prodi e Silvio Berlusconi si convertano in due padri della patria che, convinti dall’età, dalle medaglie e dalla ostinazione altrui, alla fine portano insieme il Paese verso il cambiamento – riforme elettorali, snellimento dell’esecutivo, abbattimento dei costi della politica.

Un sogno appunto, ma autorizzato a essere almeno delineato dopo il secondo colpo di scena che in 48 ore ha scombussolato la politica italiana. L’annuncio che Silvio Berlusconi fonderà un nuovo partito segue di poche ore la vittoria di Romano Prodi in Senato ed entrambi i passaggi hanno lo stesso risultato: quello di rimettere i due uomini in posizione decisiva dentro i rispettivi schieramenti, in cui negli ultimi mesi avevano sofferto una progressiva marginalità. Ma decisiva per fare cosa?

La novità di ieri non è tanto l’annuncio della rifondazione di Forza Italia e di tutta la Cdl in una nuova organizzazione. Il Cavaliere gioca da tempo con questa possibilità, l’ha usata nei mesi scorsi, ammettendola e negandola, come bastone e carota del dibattito interno alla sua coalizione.

Gli osservatori politici così ne hanno già sviscerato ragioni e torti, potenzialità e limiti; ne hanno distinto – come è sempre d’obbligo nel caso di Berlusconi – annunci da realtà. Nell’insieme, dunque, l’accalorato discorso di Milano, in mezzo alla folla, non lascia di stucco. È evidente che c’è dentro questo progetto un adeguarsi a destra alle novità portate dal Pd, di cui Berlusconi raccoglie il senso del rinnovamento e il processo dal basso, come lui stesso dice: «Oggi nasce ufficialmente qui il nuovo grande partito del popolo italiano, un partito aperto che è contro i parrucconi della vecchia politica. Invito tutti a entrare senza remore e a venire con noi, questo è quello che la gente vuole: Forza Italia si scioglierà nella nuova formazione» – che si chiamerà, appunto, «partito del popolo italiano delle libertà». Così come è evidente che sciogliere tutto gli renderà più semplice muoversi nei complicati rapporti con i suoi alleati-amici-nemici.

Meno ovvia è invece l’unica dichiarazione politica uscita dal discorso milanese così segnato dall’entusiasmo. Berlusconi ha indicato infatti anche il primo passo che il nuovo partito potrebbe fare, e la sua prima intervista a questo giornale lo conferma: riaprire il dialogo fra Cdl e governo, appunto. «Se l’altra parte avanzerà delle proposte o dirà di sì a nostre proposte saremo i primi a essere lieti di trovare, per il nostro Paese, una direzione di svolta che assicuri la democrazia, lo sviluppo e la libertà». La novità, il colpo di scena è questo. Da ieri sera Silvio Berlusconi ha ufficialmente ripreso in mano la partita che fino a poche ore prima aveva sostenuto di non voler fare, preferendo – così diceva – andare alle elezioni subito, e con la vecchia legge. Molti dei suoi amici dentro Forza Italia, come Gianni Letta, hanno caldeggiato questa mossa, e molti suoi alleati ne erano sicuri: Casini proprio ieri pomeriggio aveva ironicamente anticipato che probabilmente Letta e Veltroni si stavano già parlando. Da ieri sera insomma Berlusconi ha archiviato la prima fase della sua opposizione a Prodi.

Dove lo porteranno ora i suoi passi? Con chi dialogherà all’interno del centro-sinistra, con che modello di riforme in mente, e soprattutto con quanta serietà e convinzione procederà? Da qui arriviamo al sogno di cui si parlava prima.

È ovvio infatti che un Silvio Berlusconi che scende in campo nel dialogo fra coalizioni ha tutta la forza e l’interesse a dinamitarlo. Il dialogo dopotutto è stato lanciato da Walter Veltroni, cioè da un leader più giovane di lui, e potenzialmente più popolare di lui. Perché mai, dunque, Berlusconi dovrebbe impegnarsi in una mossa che rafforza il suo più forte avversario?

D’altra parte, in questi mesi, e in particolare in questi ultimi giorni, dopo la vittoria di Prodi al Senato, potrebbe aver pensato a una rotta più saggia: se c’è un giovane avversario, perché mai non contrastarlo sottraendogli ruolo sul suo stesso terreno? Magari ri-costruendo un rapporto con l’avversario di sempre, quel Prodi lui stesso di nuovo al centro della politica? E chissà che, su questa strada, via via, non ci scappi anche di diventare un Padre Fondatore.

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