Cinica bellezza

(14 Nov 07)

Antonio Polito
Caro direttore, ho visto Come tu mi vuoi al primo weekend di uscita. Non potevo perdermelo, come non mi sono perso Tre metri sopra il cielo e La notte prima degli esami. Il genere commedia per teenager è uno dei piaceri cinematografici del sabato.

Piaceri di cui godono, tra gli adulti, solo i genitori dei pre-adolescenti, e solo per il breve e magico momento che li separa tra la passione per i cartoni animati e la passione per i fidanzati. Del resto le favole mi piacciono. Penso anzi che siano l’unica cosa che conta davvero nella vita della gente, come nella storia hanno dimostrato il successo della tragedia greca, dell’opera lirica, del romanzo popolare e delle soap televisive; e come oggi dimostra la fila al botteghino per il film con Vaporidis e Capotondi.

Ma una favola deve avere una morale. Anzi, per meglio dire, ha comunque e sempre una morale. È emotiva, suscita emozioni, per definizione. E io mi aspettavo, da quello che avevo letto e sentito, che la morale di Come tu mi vuoi fosse che anche una bruttina può trovare amore, felicità e successo migliorando il suo aspetto, ma restando se stessa. Invece mi ero sbagliato. Non avevo preso sul serio lo spot pubblicitario che non ironicamente annuncia: «Un film che dimostra che la bellezza interiore non conta». E in effetti non conta, nella parabola della protagonista, che all’inizio del film è brutta, pustolosa e sporca, e poi diventa bella, formosa e super trendy. Perché quando è brutta e pustolosa, pur essendo intelligente e virtuosa, non becca palla. Va da sé che quando diventa bella (grazie a un semplice bagno, a un tardivo shampo e a certe miracolose creme anti-acne che vorrei aver conosciuto quando avevo 14 anni) le cose migliorino.

Ma il problema è che il film ci dice che oltre che bella deve diventare anche un po’ stronza, e ripudiare quei valori di modestia e serietà che la contraddistinguevano prima, quando era anche povera, fuori sede e figlia di umile gente dell’Umbria. Faccio un piccolo elenco delle prove che la nostra eroina deve superare prima di conquistare l’amore e il successo: deve rubare i soldi al ristorante dove lavora per comprarsi i vestiti giusti, deve sottomettersi psicologicamente a una specie di Crudelia sado-maso che le insegna come dominare i maschi, deve tradire l’antica amicizia della compagna di stanza che le vuol bene dai tempi dell’asilo, deve frequentare i cessi di discoteche dove solo chi è cool è ammesso a tirare strisce di coca, deve vestirsi come una escort d’alto bordo anche quando va a comprare il latte e, dulcis in fundo, deve smettere di contare sulla sua testa per ottenere un lavoro da assistente all’università e cominciare a contare sulle sue tette, ammiccantemente offerte ai cinque sensi del professore, che infatti subito le dà posto e salario.

Si dirà: ma alla fine si pente e torna al vero amore. Mica tanto. Perché i soldi rubati non li restituisce se non sotto minaccia di denuncia, i vestiti restano da escort, il professore universitario continua a toccare e sbavare. La morale della favola è che il potere di una donna è nel suo corpo, nella sua arroganza, nella sua seduzione, nel suo cinismo. Che chi si oppone a questa verità, come la protagonista-brutto anatroccolo prima della metamorfosi, resta un insetto che tutti possono schiacciare, destinato a una vita triste, solitaria e povera. La nostra eroina ha capito come si vince al giorno d’oggi e lo insegna a tutte le sue coetanee. Lo diceva bene La Stampa di ieri, commentando i giudizi espressi da tre spettatrici ventenni: «Tutte mettono in evidenza il lato consumistico della bellezza, unica dote spendibile di una donna». E se l’istigazione al fascino muliebre non mi turba poi tanto, a me maschio non particolarmente bacchettone, mi preoccupa molto di più tutto il resto, il sesso facile inteso come consumo, la sniffata di coca come una sera in pizzeria, il tradimento e l’inganno come prassi di vita, la corruzione come strumento per entrare nel mercato del lavoro.

Non ce l’ho con il regista e nemmeno con lo sceneggiatore, entrambi bravissimi. Non credo che l’opera d’ingegno debba avere fini moralistici, né biasimo la rappresentazione del male, anche con tutto il suo inevitabile fascino. Non penso nemmeno che le adolescenti che hanno visto il film si metteranno a vestirsi e comportarsi come la nostra eroina in un meccanico gioco d’imitazione. Mi viene però il sospetto che se in un film per tutti, nel mainstream dei nostri sabati sera, quelli sono i modelli, è perché nella realtà sono anche peggiori. E mi domando, da genitore, dove siamo arrivati.

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