Caporetto

(16 Nov 07)

Antonio Scurati
Forse ci siamo. È arrivato il giorno dell’Uomo Nuovo. È finalmente giunto il tempo della liberazione da ogni costrizione – quella rivoluzione annunciata da tanti profeti del secolo scorso – il tempo dell’avvento di un essere umano completamente disinibito, reintegrato nella pienezza dei suoi istinti, riconciliato con tutte le sue pulsioni più profonde e irruente.
C’è, però, una sgradevole sorpresa: quest’uomo nuovo puzza di afrori barbarici, si muove guidato dalla stella della predazione, da una voracità del desiderio impellente nel quale si mescolano distruzione e godimento. E c’è una seconda sorpresa, ancora più sgradevole: questo divoratore incontinente non è il romeno clandestino abbrutito da una vita nelle baraccopoli. No. È la ragazzina italiana allevata nel benessere delle nostre case iperammobiliate.
Ed è anche il ragazzo italiano interamente immerso nei piaceri del tempo libero, il sesso occasionale, la musica, lo sport; è il liceale attrezzato tecnologicamente a fare da voyeur dello strazio altrui. Guardiamo a tre episodi della cronaca recente. Ieri a Mortara una sedicenne prende a ceffoni il suo professore. Non contenta, si getta in un corpo a corpo con l’insegnante reo di averle proibito di abbandonare la scuola per unirsi, secondo consuetudine, alle gozzoviglie dei goliardi della sua cittadina. Il preside la punisce con quindici giorni di sospensione. Poi potrà tornare in classe a ricevere un’istruzione dall’insegnante aggredito. Domenica una banda di ultrà mette a ferro e fuoco per ore il centro di Roma, assalta le caserme di polizia e carabinieri, e da quella di Ponte Milvio porta addirittura via la bandiera del reggimento. Il che, in base al linguaggio delle simbologie guerriere, significa che le forze armate dello Stato italiano sono state sconfitte sul campo da una banda di tre o quattrocento giovinastri. La settimana scorsa viene diffuso su internet un video che ritrae una sedicenne travolta da un autobus. Le riprese sono state eseguite dai suoi compagni, le immagini diffuse su YouTube accompagnate da commenti eccitati e risate a sottolineare l’atroce goffaggine di un cadavere scomposto, di un cranio spiaccicato al suolo.

Adolescenti aggressivi, genitori remissivi
Sono tre episodi che raccontano di un Paese in rotta, di una eterna Caporetto, di un’Italia in ritirata disordinata nella quale nessuno più «tiene la posizione». A prima vista sembrerebbe che a travolgere le istituzioni, e con esse i capisaldi del vivere civile, sia l’orda straniera dei nostri stessi figli. L’ultimo rapporto Ispes parla di «pedofobia», rivelando che nelle case italiane i figli spadroneggiano, che bambini e adolescenti diventano sempre più aggressivi dinanzi a genitori timorosi e remissivi. Ma non è così. Non c’è un’umanità adulta, costumata e pacifica di fronte a una gioventù scostumata e violenta. La sfrenatezza sessuale, l’aggressività violenta, la crudeltà voyeuristica dei nostri ragazzi viene costantemente alimentata da un’incitazione al godimento immediato, funzionale alla società degli iperconsumi, da una vero e proprio addomesticamento alla barbarie dello sfogo pulsionale assoluto.
Da quasi trent’anni la scena mediatica è un teatro di ferocia e di eccitazione parossistica, da quasi venti un nuovo ceto politico si fa vanto di attaccare e discreditare le istituzioni dello Stato e gli istituti fondamentali del vivere associato (la magistratura e il fisco su tutte, e poi, subito a ruota, la scuola e l’università).

Stiamo allevando una umanità ferina
La sfrenatezza dei nostri figli che prendono a schiaffi i professori quando richiamati dalla sirena della goliardia, dei giovanotti che assaltano le caserme dei carabinieri senza nemmeno moventi politici, degli scolari di istituti d’arte che godono dello strazio di una loro compagna sedotti da una perversa estetica della crudeltà, tutto questo non indica una regressione alla bestialità primigenia, non un ritorno alla natura. Al contrario: è il frutto di una cultura che al tempo stesso rimpicciolisce l’uomo (nel suo senso morale, civico, estetico) e lo potenzia nella sua sensualità di soggetto di godimento, è il frutto di una società che al tempo stesso inibisce (al rispetto delle istituzioni, alla pietà per il prossimo, alla capacità di pensiero e di immaginazione) e disinibisce a tutto il resto. Una società in preda a una vera e propria metafisica della disinibizione. Sfondato ogni orizzonte umanistico, stiamo allevando un’umanità ferina.
Non ci stupiamo poi se suona l’ora dell’oscenità generale. Come scrive Alain Badiou, «quando il godimento è ciò che ogni vita vorrebbe assicurarsi e si pone come imperativo categorico, ciò di cui si finisce inevitabilmente per godere è l’atrocità».

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