Rompicapo italiano

(13 Nav 07)

Luca Ricolfi
Meno uno. Manca un giorno soltanto al fatidico 14 novembre. Entro domani dovrebbero concludersi, al Senato, le votazioni sulla Finanziaria 2008, e quindi sapremo se si avvererà oppure no la profezia di Berlusconi: secondo lui, il governo cadrà perché alcuni senatori si rifiuteranno di votare questa Finanziaria, troppo condizionata dai ricatti della sinistra massimalista.

Nessuno sa come andrà a finire, però l’esito del voto non potrà cambiare il bilancio di quest’ultima stagione politica. Ormai, infatti, la politica economica e sociale del governo Prodi è sufficientemente chiara per autorizzarne un primo rendiconto. E ha ragione Eugenio Scalfari quando dice che si può approvare o criticare l’operato di questo governo, ma non si può certo dire che se ne sia stato con le mani in mano. Dopo due leggi finanziarie e una serie di decreti e disegni di legge il profilo dell’azione di governo è ormai visibile anche a occhio nudo, e pare indicare che con esso si è chiusa – forse definitivamente – la stagione che era iniziata nel 1992. Quella stagione era caratterizzata dall’idea, condivisa dalla maggior parte dei politici di entrambi gli schieramenti, che l’Italia avesse urgente bisogno di riforme radicali.

Riforme in quasi tutti i campi della vita economica e sociale: risanamento dei conti pubblici, modernizzazione dello Stato sociale, riforme del mercato del lavoro, infrastrutture, privatizzazioni, liberalizzazioni, meritocrazia. Nel quinquennio che va dalla svalutazione della lira all’ingresso nell’euro (1992-1997), molto fu fatto per scongelare un Paese ingessato, e l’opera di scongelamento – sorprendentemente – andò avanti chiunque fosse al governo (in quei cinque anni si alternarono ben cinque governi e altrettanti presidenti del Consiglio). Poi, a partire dal 1998, ossia dalla caduta del primo governo Prodi, il ritmo delle riforme si è fatto sempre più lento e contraddittorio: nel periodo che va dal 1998 al 2005 i conti pubblici sono sempre peggiorati, mentre le grandi riforme economico-sociali sono sì andate avanti, ma con un ritmo via via più lento. Infine, negli ultimi due anni, il processo riformistico non si è semplicemente interrotto, ma ha subito una vera e propria inversione di tendenza: il governo Prodi ha dato avvio a una stagione controriformistica, che ora si sta nitidamente dipanando sotto i nostri occhi. È vero, il governo si limita a galleggiare, ma questo non significa che non faccia nulla: fa quel che ritiene necessario per sopravvivere, e purtroppo questo «necessario per sopravvivere» consiste in un progressivo, lento ma tenace, smantellamento dei risultati della stagione precedente. Ma quali sono i capisaldi di tale opera di smantellamento?

A me, fino a questo punto, paiono soprattutto tre. Il primo è la contro-riforma delle pensioni: siamo il Paese europeo con la spesa sociale più squilibrata a favore della previdenza (e a scapito degli ammortizzatori sociali), e ci permettiamo – unici in Europa – di varare una legge che abbassa l’età pensionabile (da 60 a 58 anni). Il secondo caposaldo è l’ennesima ondata di stabilizzazioni dei precari, che chiude ogni opportunità a quanti – soprattutto donne e giovani – sono semplicemente «capaci e meritevoli», ma privi di precedenti lavorativi nella Pubblica Amministrazione.

Ma il vero, fondamentale, caposaldo della controriforma è il terzo. Questo è il primo governo che vara manovre che anziché correggere i nostri squilibri li aggravano, e inoltre lo fanno intenzionalmente, ossia non per sbaglio ma programmaticamente. La manovra finanziaria dell’anno scorso, basata su una stangata fiscale eccessiva rispetto alle esigenze di correzione dei conti pubblici, abbassava consapevolmente il nostro tasso di crescita (di un’entità pari al 20% secondo il governo stesso, di un’entità maggiore secondo altre fonti). È strano che nessuno lo sottolinei, ma forse non è un caso che in Italia il rallentamento della produzione industriale sia iniziato alcuni mesi prima che nel resto dell’Eurozona e che – nonostante la ripresa del 2006 – già nella prima parte del 2007 le difficoltà di bilancio delle famiglie italiane abbiano raggiunto il massimo storico degli ultimi anni (secondo i dati Isae le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese sono ancora di più che nei primi due anni di introduzione dell’euro). Ma non basta. Anche le manovre per impiegare l’extragettito fiscale del 2006 e del 2007 hanno un impianto controriformistico: è paradossale, ma senza di esse i nostri squilibri nei conti pubblici sarebbero minori. Da quando in qua una manovra correttiva modifica le tendenze spontanee dell’economia amplificando gli squilibri anziché attenuandoli?

Così stando le cose, si potrebbe pensare che sia un bene per l’Italia che si avveri la profezia di Berlusconi, e che nei prossimi giorni «Ercolino sempre in piedi» venga costretto – finalmente – a levare il disturbo. Personalmente non so se un governo di centro-destra riuscirebbe a fare peggio del governo in carica, ma non posso escluderlo: le risorse della cattiva politica sono illimitate. Quindi mi astengo dall’augurarmi la caduta di Prodi.

Quel che mi chiedo, semmai, è se il problema di dare all’Italia un governo decente, che riprenda il cammino delle riforme modernizzatrici, abbia una soluzione entro lo schema di gioco degli ultimi anni. Quello schema prevede che una coalizione risicata, che ha contro di sé circa metà del Paese, debba governare mediante un esecutivo litigioso, costantemente ossessionato dal consenso e quindi inevitabilmente incapace di scelte coraggiose.

Forse, più che tifare per Prodi o per Berlusconi, dovremmo cominciare a chiederci se il problema italiano abbia soluzioni entro quello schema, o invece non ne abbia nessuna. Già, noi non siamo abituati a pensarlo, ma esistono anche rompicapo che non hanno soluzione. Se incontri un rompicapo di quel tipo, hai solo due possibilità: o rinunci a risolverlo o cambi schema. E nel caso dell’Italia il rompicapo sta nel fatto che i suoi problemi strutturali stanno diventando sempre più complicati, mentre le coalizioni che dovrebbero affrontarli stanno diventando sempre più deboli. Come ha osservato di recente Tremonti, il guaio di questo governo è che si ostina a gestire grandi problemi con piccoli numeri. Il guaio nostro, ossia dei cittadini elettori, è che le medesime difficoltà le incontrerebbe un ennesimo governo guidato da Berlusconi. Quindi delle due l’una. O ci decidiamo ad affrontare i nostri grandi problemi con grandi numeri, o ci rassegniamo ad usare i nostri piccoli numeri per affrontare solo i piccoli problemi che con quei numeri si possono risolvere, e chiudiamo una volta per tutte, senza ipocrisie, la stagione iniziata nel 1992.

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