Rom, qualcosa di sinistra

(9 Nov 07)

Fabrizio Rondolino
La politica è fatta di scelte, ma vive di gesti simbolici. Veltroni, il leader della sinistra italiana, anziché suggerire o sollecitare o tollerare che l’inumana favela di Tor di Quinto fosse rasa al suolo, avrebbe dovuto visitarla.

Avrebbe dovuto parlare con chi ci abita, fermarcisi una notte, convocare le telecamere e dire agli italiani due cose: come leader del Partito democratico, spiegare che i non-italiani sono tanti e saranno sempre di più, e che è nostro preciso dovere garantire loro condizioni di vita dignitose; come sindaco di Roma, impegnarsi a trovare quanto prima un lavoro e una casa e una scuola per tutti i disgraziati abitanti della baraccopoli. Che senso ha andare in Africa se non ci si preoccupa delle migliaia di stranieri che vivono come bestie in decine di agglomerati fatiscenti – Forza Italia ne ha contati ottanta – sparsi per Roma? E che senso ha essere e dirsi «di sinistra» se non si condivide e non si pratica l’accoglienza, la tolleranza, l’apertura, la pietà?

Non traggano in inganno le parole, che potranno suonare retoriche: siamo talmente assuefatti al cinismo della sopravvivenza quotidiana e ai suoi automatismi, da non conoscere più neppure il lessico della convivenza civile. La questione dei non-italiani è esemplare per molti motivi: ma soprattutto perché è un esempio di come le soluzioni moralmente più ripugnanti – figlie dell’ondata xenofoba di cui siamo vittime e artefici – siano anche le più stupide e inefficaci. In altre parole, la questione dei non-italiani dimostra che etica e politica sono due aspetti di un medesimo progetto – la convivenza umana -, e che senza un’etica robusta e condivisa la politica, semplicemente, sbaglia. Sia chiaro: nessuno, quando si parla di «tolleranza», intende quella caricatura che ne fa la destra. È ovvio che le leggi vanno rispettate, che la sicurezza va garantita perché è il fondamento della libertà, e che chi sbaglia deve pagare. Né il rispetto delle leggi è una concessione, o un privilegio, o un «giro di vite»: è, semplicemente, un dovere di tutti, degli italiani e dei non-italiani. Le leggi, a loro volta, non devono contraddire la lettera e lo spirito della Costituzione, e devono essere uguali per tutti. Sono questi i principi dello Stato liberale di diritto, e poiché tutti dicono di condividerli, non resta che applicarli con scrupolo e coscienza.

Ma il punto non è questo. Forse sarebbe bastato qualche lampione in più per salvare la vita di Giovanna Reggiani; forse il decreto del governo – che venga votato o no dalla sinistra radicale, che venga bocciato o no dalla destra – non impedirà a un altro assassino di alzare la sua mano omicida. È talmente evidente che il punto è un altro, che fa persino rabbia l’incoscienza con cui i politici si rimpallano le reponsabilità, per di più misurando queste «responsabilità» sul numero di espulsioni o di internamenti o di arresti e mai, nemmeno per sbaglio, sulla qualità della convivenza, del rispetto, della dignità reciproca.

Proviamo invece a ragionare sulla realtà. Nel 2000, secondo uno studio condotto dal World Institute for Development Economics Research delle Nazioni Unite, l’1% degli adulti più ricchi del pianeta possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale, e il 10% ne deteneva l’85%; al 50% più povero della popolazione adulta toccava invece l’1% della ricchezza globale. Sono dati ampiamente noti, ed è improbabile che in questi sette anni la situazione sia migliorata. Dunque è questo il nostro mondo, il mondo che abbiamo costruito, il mondo in cui viviamo. Che quella metà del mondo che possiede, tutta insieme, soltanto l’1% delle ricchezze, provi in qualche modo a spostarsi verso quell’area, abitata dal 10% della popolazione, dove si trova l’85% della ricchezza, è del tutto normale. Sarebbe strano che non accadesse. È una specie di legge dei vasi comunicanti. Non abbiamo forse fatto così, noi italiani, partendo per l’America, per l’Australia, per il Belgio, per la Svizzera, per la Germania? E se io desidero mandare mia figlia a studiare negli Stati Uniti perché abbia una formazione migliore, perché mai un ragazzo maghrebino o romeno o senegalese dell’età di mia figlia non dovrebbe desiderare di venire in Italia per provare ad avere una vita migliore?

Il pietismo ipocrita con cui mascheriamo la durezza del nostro cuore ci fa parlare di «disperati»: ma chi varca il mare o attraversa il deserto per cominciare una nuova vita è al contrario una persona piena di speranze, proprio come lo saremmo noi se potessimo salpare per un mondo migliore. Tutti coloro che tentano in ogni modo di venire da noi, dunque, hanno il diritto soggettivo di farlo perché coltivano una speranza; e proprio perché coltivano una speranza sono persone ricolme di dignità. Che risposta diamo a queste donne e a questi uomini? La politica (e la sinistra) è prodiga di soluzioni per i criminali, ma non sa dire una parola alle persone perbene, che sono, come in ogni gruppo umano, la grande maggioranza.

La nostra ipocrisia non conosce limiti. Multiamo i lavavetri ma non muoviamo un dito per stroncare il traffico indegno di ragazze dell’Est o dell’Africa che vengono quotidianamente deportate, stuprate, percosse e uccise esclusivamente per il nostro piacere, consumato a buon prezzo lungo i viali mentre a casa ci aspetta una famiglia affettuosa. Radiamo al suolo in diretta tv le capanne di lamiera e stracci che hanno ospitato un presunto assassino, e non ci poniamo nemmeno il problema di come hanno vissuto finora i «vicini di casa» dello sciagurato Nicolae Romolus Mailat, e di come vivranno adesso. Coltiviamo a tal punto la paura, da scordarci di avere a che fare con altri esseri umani. È un errore concettuale pensare che esistano ancora le frontiere, i confini, gli Stati. Il mondo somiglia a un gigantesco Sud Africa: è cioè una comunità profondamente divisa (un’esigua minoranza bianca e ricca, una stragrande maggioranza «colorata» e povera), e tuttavia costretta a convivere.

Giusto o sbagliato, è così. Possiamo imboccare la strada dell’apartheid, per esempio sgomberando le baraccopoli, procedendo a espulsioni di massa, internando chi non è in regola, modificando le leggi, pattugliando le coste, affondando le barche che violano le nostre acque territoriali. Poiché il flusso migratorio non può fermarsi, e dunque non si fermerà, è probabile però che la strada dell’apartheid porti a una progressiva militarizzazione della nostra vita quotidiana, senza che la nostra sicurezza ne risulti accresciuta. Oppure, possiamo aprire gli occhi alla realtà e, per esempio, scoprire che gli ideali antichi e le parole dimenticate della sinistra non soltanto hanno un senso, ma addirittura indicano la soluzione oggi più ragionevole, perché più pratica e più efficace.

È questo che si vorrebbe da Walter Veltroni: che il capo della sinistra attinga alla grande tradizione di cui è oggi il custode e l’interprete più autorevole per indicare l’unica soluzione compatibile: l’accoglienza, la tolleranza, l’integrazione.

Il «buonismo» non c’entra niente, checché ne dica Casini rimproverando quei cattolici che ancora sono capaci di dare un senso concreto alla propria fede: c’entra invece, e molto, l’idea che si possa convivere in pace anziché in guerra. Una terza possibilità non esiste. Agli stranieri che vengono in Italia dobbiamo dare, nei limiti delle nostre possibilità, che peraltro sono molto ampie, un lavoro, una casa, una scuola: dobbiamo dar loro una prospettiva. È giusto, ed è utile. Non è detto che questa strada porti al successo. Nel governare una società complessa, del resto, spesso limitare il danno è già un grande risultato. Nessuno predica la pace universale: sarebbe bella, ma sappiamo che non è possibile. È possibile invece sbagliare, e anzi accade sovente. Ed è anche possibile provare a fare le cose in modo più serio, più giusto, più utile, partendo dalla dignità di ogni singolo essere umano e impegnandosi perché questa dignità dia i suoi frutti.

Se la sinistra non fa questo, oggi, subito, a che serve la sinistra?

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