L’autunno caldo di Fini

(5 Nov 07)

Lucia Annunziata
Gianfranco Fini, presidente di Alleanza Nazionale, arrivato ieri a Roma negli studi di via Teulada della Rai – via Teulada, il quartier generale dell’informazione del servizio pubblico, il sancta sanctorum dell’establishment televisivo, il cuore insomma di quella Rai da sempre accusato di battere a sinistra – è stato accolto dagli applausi. La folla variegata delle domeniche pomeriggio – signore di mezza età che attendono da mesi di venire ad assistere a una trasmissione, belle ragazze che fanno piccole parti nello show in attesa di meglio, figuranti, cioè gente che arrotonda con una piccola paga la domenica facendo pubblico, dipendenti Rai in turno, gente di Roma, insomma, gente di quartiere – gli si è stretta intorno e l’ha accompagnato per il corridoio ripetendogli «Bravo, bravo!».

Mai Fini è stato tanto popolare e mai tanto in bilico come in queste ore. La popolarità riguadagnata contiene infatti un forte paradosso e ha come fine un gioco i cui risultati non sono affatto scontati. Guardiamolo intanto, quest’uomo che, come il tenente Sheridan, stretto nel suo impermeabile bianco, va a Tor di Quinto. Alcuni mesi fa, solo ad agosto, era poco più di un’ombra della politica nazionale. Andava per la maggiore, negli scenari dei meteorologi della politica, l’ipotesi «centro» che prevedeva una forte turbolenza moderata del governo Prodi con tendenza alla riunificazione al centro della solita vecchia Dc. L’alternativa erano elezioni anticipate con un Berlusconi arzillissimo ancora al comando. In nessuno dei due casi, l’apporto di Fini sarebbe stato più di quello dell’attore di spalla.

In quelle secche agostane – scandite dalle solite immersioni marine – il leader di An sembrava aver misurato l’arenarsi di un progetto lungo tanti anni per diventare un accettabile membro dell’establishment nazionale: un percorso fatto di tanti strappi, in tempi così ristretti, da battere persino i molti e dolorosi cambi di pelle della sinistra: dal rifiuto della fiamma e del nome Msi a Fiuggi, alla critica delle leggi razziali, alla libertà di coscienza sulla procreazione assistita, al pentimento in Israele, al riconoscimento del voto per gli immigrati, all’opposizione alla pena di morte. Una lunga serie di cambiamenti che, alla fine, ritorniamo ad agosto, gli avevano lasciato intorno un dissestato panorama. Certo, Fini era ormai un accettato politico, lodato da un professore con naso molto fino come Amato, considerato perfetto esemplare della destra corretta da una buona parte delle istituzioni. Ma il suo partito, stressato da troppi strappi, era a pezzi, con la rinascita di un’estrema destra, impersonata dall’amico-avversario Storace; un alto prezzo pagato, senza per questo aver trovato mai un buco nella doppia rete stesa nella Cdl da Casini e Berlusconi.

Da qualche parte, nelle immersioni agostane, Fini deve aver deciso che diventare istituzionali senza premierato in vista, dopotutto, forse, non valeva la pena. Alcuni parlano dell’impatto Sarkozy. Altri della scossa data al sistema dai sindaci di sinistra che diventano sceriffi, candidatisi a rubare consensi fra i moderati del Paese: certo è che il cammino verso Tor di Quinto è cominciato quest’autunno e ha preso il segno di una marcata inversione a U. L’autunno caldo di Fini è cominciato infatti con un ritorno sui suoi passi o, meglio, su quelli della sua tradizione: ha scelto il terreno della «sicurezza», di schierarsi a fianco delle forze dell’ordine e soprattutto ha scelto di fare da solo, scavalcando e/o fregandosene degli alleati della Casa della libertà, contandosi in piazza, scendendo infine a Tor di Quinto. Persino nell’immagine diverso da prima: il suo impermeabile bianco da tenente, appunto, e i suoi uomini, incluso l’elegantissimo Ronchi, chiusi nei bomber di pelle.

È stato un enorme successo, inutile nasconderselo. Ma con un paradosso dentro, come si diceva: dopo anni passati a far dimenticare di essere fascista, Fini torna alla ribalta e riacquista popolarità e peso politico reimpugnando argomenti e toni da fascista. Il termine è senza connotazione d’insulto: si vuol semplicemente dire che Fini è tornato sui tradizionali terreni dell’ex Movimento sociale. E dov’è l’errore?, si potrebbe domandare. Nessuno. Eccetto che questo riposizionamento riapre per forza di cose anche tutte le altre collocazioni politiche di An, a cominciare dalle alleanze.

Sulla piattaforma della sicurezza Fini non trascina il Cavaliere e nemmeno Casini. Quest’ultimo è troppo dentro le logiche dei cattolici per brandire come un’arma il termine «espulsione» e, per quel che riguarda il Cavaliere, beh, troppe le divisioni fra Fini e lui, se si va ad aprire il dossier sicurezza: segnale di queste divisioni è certo stato l’indulto, votato da Forza Italia ma non da An, ma in realtà è l’intero programma dei due alleati a cozzare. La sicurezza è infatti una di quelle questioni che portano a spalancare le sostanziali distanze dentro tutte le coalizioni. E se fa male a sinistra, non fa meno male a destra. Il Cavaliere non ama i magistrati e tanto meno le divise che portano controlli, leggi, regole e, nel caso, processi e prigioni. È un uomo d’affari, cioè del mondo delle aziende, non dello Stato; è un liberista che vuole poche regole e molta flessibilità. Il mondo del Cavaliere è dunque l’esatto opposto di tutto quello per cui ritorna a battersi Fini in questo momento e il silenzio, o la vaghezza da Bagaglino in cui si è rifugiato il leader della Casa della libertà sono un sufficiente commento a questa distanza.

Rischia allora di restare da solo, Fini? Dove andrà da solo, Fini? E ce la farà da solo, Fini? Ci si chiede. Ma forse non rimarrà solo, dopotutto, Fini. Può essere infatti che in questo percorso si ritroverà di nuovo in compagnia di quella destra estrema (romana e italiana, che in queste ore si galvanizza al grido di «Ora basta!»), da cui con tanta fatica si era in questi anni staccato.

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