Il satellite non salverà la tivù

(2 Nov 07)

Fabio Fazio
So che il mio punto di vista non risulterà popolarissimo, ma lo faccio a fin di bene: desidero infatti compiere un’opera buona e salvare il satellite, inteso come tv satellitare, dal luogo comune.

Una decina di anni fa chi provava imbarazzo per certi programmi televisivi, o chi non se la sentiva di ammettere pubblicamente di esserne spettatore, se la cavava dicendo: «Guardo solo Raitre». Era una medaglia per sé e per la rete, era come entrare in una chiesa, come mostrare un lasciapassare, o più semplicemente era l’aggiornamento del più classico «L’ho letto su una rivista dal barbiere» o «dalla parrucchiera» che dir si voglia. Ci si salvava così.

Il nuovo millennio invece ha coniato «Guardo solo il satellite» nelle sue varianti «Meno male che c’è il satellite» e «La sera vado direttamente sul satellite» come per una passeggiata fra le stelle anziché col cane fra le aiuole del condominio.

Il luogo comune è proprio in agguato.

La tivù satellitare ha dunque una grande responsabilità e una grande opportunità: quella di essere salvifica e di dare asilo a milioni di potenziali rifugiati. Quella, in una parola, di essere alternativa. L’alternativa. Invece, vado con l’opera buona, temo che non sia così.

Intanto ci becchiamo dosi massicce di pubblicità, e se all’inizio qualche ingenuo aveva pensato che l’abbonamento lo avrebbe dispensato dagli spot sennò che differenza ci sarebbe stata, si è sbagliato: e il problema della differenza, che è il problema cruciale, rimane.

Se la tivù generalista è sempre più spesso assimilata a un supermercato per milioni di consumatori, con buona pace per i milioni di persone che pensano di essere un pubblico, la tivù satellitare anziché riaprire le botteghe si pone addirittura come un ipermercato. Cioè come la tivù generalista, ma di più. Più reality, soprattutto, e molto molto più trash.

Ma la differenza non può essere solo un fatto di esclusività di prodotto o di quantità di offerta, e risolvere la qualità sostituendola con la quantità alla lunga non dura. Va da sé che la quantità consente anche di non rimanere mai a bocca asciutta e alla fine di trovare qualcosa di decente per trascorrere la serata, ma la logica del tutto per trovarci dentro quel che si cerca è anche un segno di resa. Almeno così mi pare. Perché ancora una volta ci si arrende alla logica del discount, degli scaffali stracolmi, alla logica del tutto per tutti, anche se in questo caso il prezzo del biglietto non è da tutti. E così si rinuncia alla sperimentazione e alla novità per scimmiottare spesso in peggio la tivù in chiaro.

Con più varianti di luogo per i reality e più umiliazioni a cui sottoporre i concorrenti dei quiz. Siamo una società bulimica, è arcinoto, ma proprio per questo, pagando, ci si aspetterebbe qualcosa di diverso da quel che già c’è. Ci si aspetterebbe di trovare qualcosa di originale, di pensato e costruito apposta. Un po’ come era all’inizio con Telepiù, quando c’era la sensazione di appartenere a un club, di avere scoperto qualcosa di raro e prezioso.

Non si può generalizzare, ma l’impressione che accanto a serie effettivamente strepitose di telefilm ci servano sempre più avanzi di magazzino, documentari approssimativi o goffamente doppiati e adattati o prodotti andati a male, è abbastanza netta.

Per farla breve, propongo di rinviare l’onorificenza di luogo comune per la tivù satellitare a data da destinarsi, e nell’attesa di cavarsela con un prudenziale «Guardo il satellite perché ci sono le donne nude e le partite della Sampdoria», che è più sincero e condivisibile.

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