Il malandato barcone

(3 Nov 07)

Andrea Camilleri
Si capì subito, fin dal momento che il malandato barcone salpò, che l’imbarcazione avrebbe tenuto assai poco il mare. Per metterlo in condizione di navigare erano già occorsi giorni e giorni di paziente calafatura, pece e stoppa si erano sprecati per tappare le falle, ma il fasciame era troppo usurato e di certo non avrebbe potuto reggere a qualche ondata più forte delle altre. Il comandante Roman, detto il Prode, inoltre, aveva imbarcato un equipaggio eccessivo, più di cento tra ufficiali, sottufficiali e marinai, mentre il barcone avrebbe potuto contenerne al massimo una quindicina.

Questo sovraccarico faceva sì che la linea di galleggiamento fosse di circa mezzo metro sotto il limite di sicurezza, bastava insomma che un gabbiano si posasse sull’unico albero e il barcone sarebbe andato a fondo. L’equipaggio inoltre era troppo eterogeneo, c’erano alcuni teodem (popolazione nota per il fanatismo religioso), molti sempercoglion (popolazione famosa per la stupidità), qualche approfitt (popolazione celebre per ricavare il suo tornaconto da ogni situazione), numerosi lassafà (popolazione costituita da varie tribù ognuna delle quali pensava solo a se stessa) e perfino alcuni discendenti dei famosi tagliatori di teste del Borneo. Per di più Roman il Prode non aveva il polso necessario a mantenere l’indispensabile, ferrea disciplina, si dedicava esclusivamente ad inventariare lo scarso approvvigionamento stivato nella cambusa assieme al capocambusiere, Pad Schiopp, il quale, fin dalla partenza, aveva cominciato a razionare i viveri e li riduceva sempre più ogni giorno che passava. \ Al terzo razionamento i tagliatori di teste del Borneo, ritrovate le antiche tradizioni, arrivarono a minacciare la decapitazione dello stesso Roman il Prode; i lassafà chiedevano quotidianamente a Pad Schiopp un trattamento di favore minacciando ritorsioni. Allungatasi inspiegabilmente la navigazione, forse perché, per i venti contrari, l’imbarcazione scarrocciava e non manteneva la rotta prevista, i viveri scarseggiarono e in un battibaleno il barcone si tramutò nella zattera della Medusa, si verificarono infatti numerosi episodi di cannibalismo. In questa situazione, Roman il Prode dovette ordinare degli arresti, ma il commissario di bordo, tale Mas Tellah, un levantino, pensò bene di liberare i carcerati sostenendo che la cella era troppo piccola per contenerli tutti. Appena tornati in libertà, gli ex carcerati non solo si abbandonarono a furti e rapine, ma si misero a compiere atti di sabotaggio sotto la protezione dello stesso commissario di bordo. Qualcuno allora si mise in sospetto: perché Mas Tellah non perdeva occasione di proclamare che avrebbe abbandonato la nave se non si faceva quello che lui voleva? E perché frequentava nottetempo il timoniere? Uno tra i marinai più coraggiosi, penetrato nella cabina del commissario, scoprì la terribile verità. Il cuore di Mas Tellah batteva non per la Unione spa ma per un’altra potente soscietà marittima, la Medset, dotata di un capitale di 25 mila miliardi di euro, e frequentava il timoniere perché questi aveva il compito di portare l’imbarcazione a sbattere sugli scogli. I due avevano ricevuto dalla Medset l’assicurazione che per loro sarebbe stato approntato un canotto di salvataggio. Di tutto questo venne avvertito Roman il Prode, ma egli, essendo uomo di smisurato, caparbio orgoglio, non volle ammettere l’errore d’avere imbarcato Mas Tellah e non solo lo lasciò fare, ma approvò fuor da ogni logica il suo operato. E adesso gli scogli si ergono minacciosi davanti alla prua e il nostro destino è segnato. Tanto più che questo mare ribolle di feroci squali di razza Berlusc. Ho fatto appena in tempo a scrivere questo biglietto e a infilarlo in una bottiglia. Se qualcuno avrà modo di leggerlo, saprà perché abbiamo fatto naufragio. Che Dio abbia pietà della mia anima.

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