Modello Walter

(31 Ott 07)

Andrea Romano
Il genio italico è fatto anche di questo. Gli eventi ci costringono a fare una certa cosa e noi la spieghiamo – prima di tutto a noi stessi – come una grandiosa innovazione da cui il mondo intero avrà da imparare. È un’attitudine ribadita dalla recente nascita del Partito democratico. E in particolare dalle caratteristiche che Walter Veltroni ha impresso al suo profilo organizzativo. Fluido, senza tessere, con un grande capo che governa una grande massa di cittadini-elettori attraverso pochi ma netti colpi di timone e affidandone la gestione locale a un pugno di fedelissimi.

È un modello che sta riscuotendo entusiasmo tra amici e nemici. Giuliano Ferrara saluta l’inveramento del disegno berlusconiano in casa d’altri, Eugenio Scalfari vi legge la definitiva archiviazione del partito novecentesco. Viene da dire, soprattutto a Scalfari: magari fosse così, magari l’Italia pre-Pd avesse conosciuto partiti anche novecenteschi ma in buona salute, magari non avessimo avuto negli ultimi vent’anni una brutale agonia del partito politico democratico. Quel partito che nella lunga e confusa transizione italiana è stato invece sostituito – a destra come a sinistra – da organizzazioni esili nel profilo politico e gravate dal peso di piccoli e opachi potentati personali. Dove le correnti equivalevano a filiere di potere di nessuna identità politico-culturale, ma di sicura affidabilità al capobastone di turno. Dove le tessere si moltiplicavano come per magia e dove le energie migliori del Paese si guardavano bene dall’entrare, preferendo dedicarsi a tutt’altro.

In questo senso, quella veltroniana è finalmente una soluzione alla crisi terminale del partito italiano. La sua leggerezza organizzativa è la fotografia della leggerezza politica dei partiti italiani, il suo leaderismo senza mediazioni è l’ultima traduzione del peculiare personalismo che la sinistra italiana ha vissuto nell’ultimo ventennio. Un personalismo quasi nevrotico, rifiutato quando si incarnava nella figura del nemico-Berlusconi, ma praticato in casa propria nella perenne ricerca di un demiurgo onnipotente. Di volta in volta lo sono stati Occhetto, D’Alema, Cofferati, Fassino. Tutti regolarmente scaricati dopo essere stati investiti di aspettative salvifiche, ben al di sopra di quelle normalmente richieste a un leader politico.

Dinanzi al partito veltroniano nessuno rimpiangerà in buona fede i Ds o la Margherita, perché entrambe quelle organizzazioni hanno ben rappresentato il declino del partito italiano. Ma in altrettanta buona fede nessuno può pensare che si tratti di una innovazione da cui il mondo dovrà trarre esempio. Anche perché il mondo, o per lo meno l’Europa, procede benissimo con partiti novecenteschi che a differenza dell’Italia hanno saputo ben funzionare. In Gran Bretagna come in Francia, in Germania come in Spagna le grandi organizzazioni progressiste o conservatrici hanno espresso leadership e piattaforme politiche innovative attraverso meccanismi tradizionali ma vitali: il confronto delle idee, la partecipazione dei militanti, la selezione personale, l’uscita di scena degli sconfitti. Quei meccanismi che in Italia si sono inceppati all’inizio degli Anni Novanta, senza essere mai più resuscitati.

È andata così, c’è davvero poco spazio per la nostalgia. Ma che almeno ci sia risparmiato lo spettacolo della lezione italiana all’universo democratico. Perché il partito populista veltroniano è solo l’ultima delle eccezioni italiane, l’ultima tappa di una transizione ancora infinita. Un leader costretto dagli eventi a giocare in prima persona una partita che avrebbe preferito rimandare a tempi più sicuri ha preteso – e giustamente – di disporre di una macchina organizzativa affidabile. Lo ha fatto creando quello che Arturo Parisi ha definito – altrettanto giustamente – «un partito oligarchico a livello locale e liquido a livello nazionale». È il partito populista in versione italiana, con la sua inevitabile curvatura cacicchista. Può stupire che il solo a segnalare il problema sia Parisi, mentre tacciono i molti che nei Ds ci hanno raccontato in questi anni una storia diversa: partiti che si rianimavano dal letargo, iscritti che contavano, una competizione che si riapriva. Ma d’altra parte sono gli stessi che si sono consegnati al loro ultimo capo, nella ricerca di un ultimo salvacondotto. E questa è davvero un’altra storia.

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