Vergogna colposa

(15 Ott 07)

Michele Ainis
Le stragi provocate da ubriachi che in piena (in)coscienza si mettono al volante hanno ormai cadenza quotidiana.

E a rimetterci la vita sono per solito i più deboli, le donne, i vecchi, o un bimbo di 10 mesi, come è successo ieri a Marigliano. Dev’esserci qualcosa di malato, una febbre che colpisce l’anima della nostra società, se così tanti italiani colmano il bicchiere per lenirla. Ma la malattia a questo punto investe anche il nostro senso di giustizia. E si riflette pari pari sul sistema di giustizia, sul modo con cui le nostre toghe somministrano le ragioni e i torti in questi casi.

Perché, diciamolo, rispetto alle vittime di chi guida in stato d’ebbrezza, in Italia c’è una giustizia lassista e un po’ classista. Per solito il colpevole se la cava senza troppi danni, magari senza fare un solo giorno di galera. Anche perché il suo reato viene rubricato all’insegna della colpa, mai del dolo. Tuttavia è davvero un esito scontato? La dottrina penalista ha ormai da tempo elaborato la figura del dolo eventuale, che scatta quando il reo sa che esistono serie possibilità che la sua condotta possa nuocere. L’accettazione consapevole del rischio è insomma fattispecie ben diversa dalla colpa. Poi, certo, bisognerà pur dimostrare che chi monta in auto avvinazzato sia al contempo certo d’essersi trasformato in un killer potenziale. Se viceversa quest’ultimo si prefigura l’incidente, ma è certo d’evitarlo, subentra la colpa cosciente, e il suo delitto da doloso degrada in delitto colposo.

Agli italiani va così, trovano sempre la clemenza della corte. Vedremo se sarà questo il caso anche del giovane campano responsabile dell’ultima tragedia. Guai, però, se parli un’altra lingua, se sei extracomunitario, o peggio ancora se sei zingaro. Qualche giorno fa un tribunale di Ascoli Piceno ha inflitto 6 anni e mezzo a un rom che in circostanze analoghe aveva causato quattro vittime. Per sovrapprezzo ne ha disposto il ricovero coatto per 6 mesi in una casa di cura per alcolisti, nonché il divieto per un anno di frequentare bar e osterie. Significa che sussistono già i margini giuridici per comminare pene proporzionate al danno, un danno che è ormai diventato un’emergenza nazionale, dato che in quest’arco del 2007 sono più di 6 mila i morti da incidente stradale. Tuttavia in Italia vige pur sempre l’antica massima coniata da Giolitti: la legge si applica ai nemici, s’interpreta per gli amici.

Ecco, per evitare che l’interpretazione del potere giudiziario sia frutto d’una discrezionalità discriminante, ma soprattutto per riconciliare la giustizia con il senso di giustizia, non sarebbe affatto male introdurre qualche grammo di ragionevolezza e di chiarezza nel nostro sistema normativo. Dove infuriano divieti che farebbero arrossire un ayatollah, e dove le pene per i comportamenti davvero criminali quasi mai vengono applicate per davvero. La legge Fini-Giovanardi considera reato fumare anche un unico spinello, condannando all’illegalità 4 milioni di italiani. Nel 2002 un decreto legge ha abbassato il tasso alcolico consentito per chi si mette al volante, portandolo da 0,8 a 0,5 grammi per litro: l’equivalente d’un bicchiere di vino. È assai dubbio che in queste due ipotesi il conducente rischi di trasformarsi in assassino. È oltremodo probabile al contrario che a soglia raddoppiata il pericolo sia più che concreto; e infatti l’automobilista di Marigliano aveva un tasso alcolico nel sangue pari a 1,17. Sicché correggiamo queste soglie che separano il lecito e l’illecito, ma subito dopo comminiamo pene certe a chi le sopravanza. Bisogna castigare gli incoscienti per mantenersi garantisti con gli innocenti.

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