La riscossa della politica

(15 Ott 07)

Federico Geremicca
Ci vorrà naturalmente del tempo per capire se, quanto e come il nuovo Partito democratico e il suo leader Walter Veltroni – incoronato ieri così solennemente – riusciranno a far da motore per gli invocati cambiamenti di cui il sistema politico italiano ha ormai bisogno come dell’aria. Si può però intanto dire che l’operazione-primarie è stata conclusa con un successo del quale, per un paio di ottimi motivi, potrebbero beneficiare non solo i partiti (Ds e Margherita) protagonisti della giornata di ieri.

In primo luogo, si muove un passo deciso verso l’invocata semplificazione del sistema politico (e se un altro nella stessa direzione venisse compiuto anche dalla Casa delle libertà non sarebbe affatto male). Inoltre, il grande successo delle primarie aiuta a ridimensionare il cosiddetto fenomeno dell’antipolitica, aggiungendo i tre milioni e passa di votanti di ieri ai cinque andati alle urne nei luoghi di lavoro per il referendum sul Welfare e al mezzo milione sceso in piazza sabato dietro le insegne di Alleanza nazionale. È senz’altro un buon segnale, visto che linguaggi e metodi da antipolitica (per non dir di peggio) stavano cominciando a contagiare perfino ex ministri ed ex governatori, come Storace, giunto a imperdonabili insulti nei confronti del Capo dello Stato.

Si è detto e scritto molto durante l’interminabile marcia verso il voto di ieri. Molte critiche, in particolare quelle provenienti dal centrodestra, erano legittimamente tese a depotenziare l’evento, ma l’evento stesso le ha spazzate via: difficile, per dirna una, che qualcuno vorrà ripetere oggi – di fronte a oltre tre milioni di elettori – che le primarie sono state una «faccenda di apparati», che avrebbero votato al massimo i famigliari dei candidati e che tutto era già deciso a tavolino. Ciò nonostante, non c’è dubbio che l’accusa più velenosa sia arrivata da alcuni degli stessi protagonisti della «gara» conclusasi ieri: intendiamo la denuncia di possibili brogli contestata ai sostenitori di Veltroni, ennesima prova di irresistibile passione verso l’autolesionismo che tanti danni ha arrecato all’Ulivo dalla sua origine a oggi.

Ugualmente bizzarra è apparsa la considerazione che la nascita del Pd avrebbe indebolito il governo di Romano Prodi: bizzarra (e propagandistica) fondamentalmente perché mossa da chi ha considerato defunto l’attuale esecutivo già due mesi dopo la sua nascita. Un governo morto si seppellisce, certo non può esser ulteriormente indebolito… E in ogni caso, il processo di logoramento della tenuta dell’esecutivo è certo determinato più da polemiche ed errori – come quello appena commesso con la modifica dell’intesa sul Welfare – che non dalla nascita di un partito che annuncia di voler contribuire alla sua stabilità.

In questo senso, al contrario, la questione andrebbe addirittura rovesciata: fino a chiedersi quanto l’attuale governo rischia di condizionare e indebolire la prospettiva del Partito democratico. Da questo punto di vista non c’è dubbio che il tema del rapporto con l’esecutivo in carica sia il principale problema che l’incoronazione di ieri consegna a Walter Veltroni. È prevedibile che il leader della maggior forza di governo tenterà – e non per buonismo, ma per evidente interesse politico – di sostenere e rilanciare l’azione del governo di Romano Prodi; in ugual modo si può però ipotizzare che Veltroni non legherà le sorti del neonato Pd a quelle dell’esecutivo in carica, e sarà pronto a sganciarsene – pur avendo chiari i contraccolpi del fallimento del governo – quando il declino gli parrà inarrestabile.

Ma a Walter Veltroni – atteso con curiosità alla sua prima vera prova da «leader forte» – il popolo delle primarie chiede anzitutto un’altra cosa: che non vengano traditi l’entusiasmo e la passione che hanno animato la giornata di ieri. Nei commenti raccolti tra i cittadini in fila per votare, è questo il dato che emergeva con maggior nettezza: cambi il modo di fare politica, la riavvicini alla gente, lasci perdere i giochi di palazzo e ascolti le richieste che salgono dai cittadini. Malgrado tutto, malgrado gli scandali e le spese folli, i governi pletorici e i voli di Stato, c’è un’«Italia politica» che non intende né rassegnarsi né consegnarsi a Beppe Grillo. È questa Italia, nel campo del centrosinistra, che ieri ha scelto Walter Veltroni, individuando in lui il migliore – se non l’unico – adatto all’impresa. Deluderla sarebbe grave, tradirla ancora peggio: forse l’errore fatale di una classe politica che ieri ha messo sul tavolo i suoi ultimi spiccioli di credibilità.

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