Sfida comune rinnovare i partiti

(11 Ott 07)

Sandro Bondi (Segretario nazionale di Forza Italia)
Gentilissimo direttore,
Barbara Spinelli sulla Stampa di domenica inaugura una riflessione sul ruolo che i partiti possono svolgere nelle moderne democrazie europee. Prende spunto dall’imminente varo del Pd. Ma alcune sue riflessioni hanno un carattere di generalità: valgono per la nuova «ammiraglia» della maggioranza ma anche per l’opposizione. In particolare, due aspetti evocati dalla Spinelli meritano attenzione: il rapporto che deve stabilirsi tra i partiti e il loro governo e il ruolo che i leader carismatici debbono svolgere in questa dinamica.

Barbara Spinelli fa ritorno al classico. Le sue tesi sulla relazione tra partiti e governo sembrano ricalcare quelle che Croce nel 1911 esplicitò sulle colonne della salveminiana Unità. Si sosteneva già allora che i partiti debbano svolgere il loro ruolo nella società, dettando programmi e obiettivi ideali; aggregando energie e formando classe dirigente. Tuttavia, il partito deve fermarsi alle porte delle istituzioni dello Stato e non deve penetrare l’ambito dell’esecutivo. Anche su questo aspetto, con Croce, conveniamo con quanto afferma la Spinelli: i partiti continuano a giocare una funzione indispensabile per consentire agli elettori la scelta dell’esecutivo. Quando questo si forma, però, il partito deve fare un passo indietro concedendo al governo di farsi carico dello Stato nella sua unitarietà e di rappresentare la nazione intera. Viene da sé che il partito che ha espresso il governo manterrà con questo un rapporto privilegiato. Ma sarebbe grave ed errato se dal «privilegio» si passasse all’identificazione. Chiarito ciò, si può affrontare l’altro aspetto problematico: la funzione del leader. La Spinelli scorge nella funzione carismatica un’alternativa ai partiti e al loro ruolo: una scorciatoia, dagli esiti letali per la democrazia o, quanto meno, un’eccessiva concessione al «populismo». Il maestro di Robert Michels, infatti, si chiamava Max Weber. E quando l’allievo gli enunciò le sue tesi, gli consigliò di guardare fuori dal continente, dove la realtà di partiti carismatici consentiva quell’equilibrio istituzionale tra lo Stato e i partiti che oggi la Spinelli dice di apprezzare. Il leader carismatico consente proprio il passaggio dal partito allo Stato senza un’invadenza del primo nei gangli vitali del secondo, in quanto è solo il vero leader che può contare su un rapporto risolto con il suo partito d’origine al quale non deve compensi eccessivi. In tale dinamica eventuali sue cooptazioni di uomini di differenti schieramenti, se fatte «dalla parte dello Stato» (come quelle compiute da Sarkozy), non possono essere derubricate come «trasformismo». Sono la conseguenza del legittimo esercizio delle sue nuove funzioni.

Non sappiamo quanto ciò sia chiaro al nascente Pd, esperimento al quale guardiamo senza indulgenza – così come si confà ad avversari leali – ma con rispetto. Sappiamo, però, che quest’analisi guida quotidianamente il nostro operare. Senza clamori, senza avere dalla nostra commentatori o tv, lavoriamo a rendere effettivo il primo esperimento di grande partito, carismatico e di massa al tempo stesso. Forza Italia è consapevole della forza e della positività che il carisma di Silvio Berlusconi esercita nella vita politica italiana. Ma sa anche che esso potrà svolgere tutta intera la sua funzione solo se accompagnato dalla formazione d’una classe dirigente alla sua altezza, di penetrazione nel territorio, di produzione programmatica che lo possa innervare. Per questo, abbiamo raggiunto circa 500 mila iscritti; alla fine dell’anno avremo celebrato oltre 4 mila congressi comunali e selezionato una classe dirigente legittimata democraticamente di oltre 50 mila donne e uomini. A quest’obbiettivo mirano le nostre scuole di formazione. Nell’era dei computer e di Internet, conosciamo l’importanza delle grandi scenografie e degli effetti speciali. Sappiamo, però, che se tutto si ferma lì, alla fine le democrazie prendono il viale del tramonto. Per questo stiamo spendendo le nostre energie per la costruzione di un partito di tipo nuovo. È bene che questo esperimento lo sia conosciuto anche da quanti non ne sono coinvolti e, in particolare, dai nostri avversari. Perché abbiamo davanti a noi una sfida comune: il rinnovamento dei partiti e della classe dirigente. Alle prossime elezioni saremo giudicati anche sulla base delle risposte che ciascun partito saprà dare a queste due questioni decisive per il nostro futuro.

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