Galleggiare, rimpastare

(11 Ott 07)

Luigi La Spina
Ci sono momenti in cui Prodi deve sentirsi un punching-ball e deve pensare che l’ingratitudine sia la regola della politica. Nella sola giornata di ieri, a parte le scontate accuse dell’opposizione, ha dovuto rispondere alle critiche di Draghi, a quelle di Almunia e della rediviva Corte dei conti sulla Finanziaria; ha dovuto fronteggiare le minacce di non votarla da parte di Rifondazione; ha replicato a Veltroni sui modi per ridurre il debito pubblico e, persino, ha dovuto sentir dire dal suo vecchio amico Parisi che il nostro esercito subirà «danni irreversibili» dai tagli alla Difesa previsti in quella legge. Il nostro presidente del Consiglio, lo si sa, è un ottimo incassatore ed è dotato di un’immensa fiducia nell’efficacia, sui tempi lunghi, del suo lavoro. Ma la sensazione che, nonostante i suoi sforzi, la linea di basso consenso che contraddistingue il suo secondo ministero non accenni a rialzarsi deve incominciare a scalfire anche il suo ostentato ottimismo. Tanto è vero che il suo appello, «lasciateci lavorare», è apparso più una richiesta di clemenza e di tregua che un annuncio di sfida ai suoi oppositori, sia a quelli esterni sia a quelli, ben più insidiosi, che si annidano nella sua maggioranza.

I numeri, al Senato, restano quelli esigui che mettono il governo a rischio ogni volta che si affronti una votazione di una qualche importanza. Le divisioni tra sinistra radicale e riformisti non sembrano destinate a placarsi, anche dopo la probabile elezione di Veltroni alla segreteria del Pd.

Le ipotesi di diverse maggioranze parlamentari, rispetto alle attuali, sembrano praticamente nulle. Su questo quadro già difficile incombe il referendum elettorale. Le possibilità di evitarlo, con una larga intesa alle Camere, paiono davvero ridotte, mentre molti partiti piccoli, ma determinanti in entrambi gli schieramenti, hanno già annunciato che punteranno alle elezioni anticipate pur di scampare al pericolo di un risultato, per loro, catastrofico.

Eppure, nonostante questa intricata situazione, nonostante gli annunci ormai quotidiani di una crisi imminente, il governo Prodi potrebbe resistere. Superare, anche con l’aiuto del verdetto dei lavoratori sul Welfare, le contrarietà della sinistra radicale all’approvazione dell’intesa con Cgil-Cisl-Uil. Riuscire a far approvare dalle Camere la Finanziaria, magari con quel voto di fiducia tanto criticato ma indispensabile per farla passare. Insomma, arrivare a fine dicembre e, poi, come ci si augura ad ogni Capodanno, sperare in un futuro migliore.

La tentazione di continuare a galleggiare, sia pure rischiando quotidianamente il naufragio, potrebbe essere comprensibile. Del resto, i modi con i quali l’opposizione esercita il suo ruolo non sembrano molto efficaci: Berlusconi, ripetendo ogni giorno di volere subito le elezioni, aiuta Prodi a ricompattare la sua litigiosa maggioranza; Fini cerca di sfuggire, finora invano, a questa trappola dialettica e Casini vede del tutto serrata la porta di qualsiasi alternativa politica.

In questo scenario, invero scoraggiante, a Prodi potrebbe essere utile cogliere la «mela avvelenata» che prima Veltroni e, poi, la Finocchiaro e Fassino gli hanno offerto. Al di là delle intenzioni dei proponenti e delle malizie che hanno accompagnato l’ipotesi di un robusto snellimento del governo, con un generale rimpasto di tutti gli incarichi parlamentari, l’idea potrebbe consentire al presidente del Consiglio di sfuggire all’asfissia che sembra strangolare il fiato del suo governo. È vero che esiste il rischio di compromettere il precario equilibrio raggiunto nella maggioranza, aprendo il vaso di Pandora delle speranze e delle contrapposte delusioni. Ma il forte segnale moralizzatore, di fronte all’opinione pubblica, potrebbe compensare questi rischi. Inoltre Prodi potrebbe riconquistare, con questa mossa, una leadership sulla sua maggioranza che la probabile elezione di Veltroni, con l’investitura popolare delle primarie, rischia di sottrargli.

La continua mediazione a cui è costretto il presidente del Consiglio lo sottopone a una escalation di ricatti crescenti e senza fine. Non costituisce più «l’arte di governo» con cui, nel suo primo ministero, il premier è riuscito a raggiungere obiettivi persino insperati, come il risanamento dei conti pubblici e, quindi, l’ingresso nell’euro. La politica delle «piccole mance» a vari settori sociali non garantisce affatto il loro appoggio, come lo stesso Prodi può constatare ogni giorno. Ecco perché, esclusi nuovi inutili vertici di maggioranza e relativi dodecaloghi di comportamento, al presidente del Consiglio potrebbe essere utile non tanto una «fase due» del suo attuale governo, ma una «fase due» del suo modo di esercitare il ruolo. Pur sapendo che far cambiare gli altri è molto difficile, riuscire a cambiare se stessi è quasi impossibile.

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