Grillini, brambillini e pardini

(8 Ott 07)

Luca Ricolfi
Nascono come funghi. Sarà perché è autunno, sarà perché a Roma è piovuto, ma nell’ultimo fine settimana il ritmo è diventato davvero impressionante. Anziché diminuire di numero, i partiti italiani aumentano di mese in mese, di settimana in settimana, e ora di giorno in giorno. Quest’estate abbiamo sentito parlare soprattutto di liste Grillo (quelle con il bollino di garanzia del comico), di Partito della libertà (i circoli di Michela Vittoria Brambilla), e della «lista civica nazionale» dei girotondini. Poi è toccato all’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini annunciare la (ri)nascita di una sua lista, a suo tempo denominata Rinnovamento italiano, oggi ribattezzata Liberaldemocratici. Nell’ultimo weekend, infine, le cronache hanno registrato tre eventi: il primo incontro nazionale dei Circoli della Libertà, il ritorno in piazza dei Girotondi sotto la guida di Pancho Pardi, l’ennesimo tentativo di far rinascere un partito socialista «con tutti quanti dentro»: i detentori di varie sigle socialiste più alcuni diessini cui sta stretto il nascente Partito democratico.

Perché tanto attivismo?

Ognuno dei protagonisti, naturalmente, ha i suoi buoni motivi. Ci sono gli indignati «da sinistra» per i comportamenti del ceto politico (pardini). Ci sono i nemici giurati di tutti i partiti (grillini). Ci sono gli aspiranti rinnovatori del centro-destra (brambillini). Ci sono i nostalgici del socialismo, che ne temono la scomparsa nel grande calderone del nascente Partito democratico (neosocialisti). Ci sono i «veri liberali» preoccupati della sudditanza di Prodi a Rifondazione (neodiniani). I nobili motivi di tutti si mescolano, come è ovvio, a motivi contingenti (odore di elezioni a primavera) e a motivi meno nobili, come il desiderio di visibilità di vari leader e il disperato bisogno di sopravvivenza di tanti individui che, letteralmente, vivono di politica e solo di politica.

Ma proviamo a guardare il quadro un po’ più da lontano. Alla base di questo proliferare di funghi ci sono cause note, come l’esasperato individualismo degli italiani, o le norme che stimolano la nascita di partiti personali (basse soglie elettorali di sbarramento, regolamenti parlamentari, rimborsi generosi a partiti e giornali di partito). Oltre a queste cause, tuttavia, ve n’è forse un’altra che a quanto pare non attira l’attenzione di nessuno: in Italia sono gli elettori stessi, i media, gli studiosi che appaiono assuefatti a un’idea di partito che legittima la proliferazione dei partiti stessi. Quest’idea di partito pare basarsi su tre assunti, o meglio su tre presupposti mai messi veramente in discussione.

Il primo presupposto è che per fondare un partito basti una singola ossessione. L’Italia è il regno dei partiti monotematici, o single-issue, come li chiamano gli specialisti: c’è il partito dell’ambiente, il partito della giustizia, il partito della laicità, il partito dei pensionati, il partito delle casalinghe, il partito dei consumatori, il partito del Nord, per non parlare delle innumerevoli «leghe di fatto» regionali (in Valle d’Aosta, in Trentino Alto Adige, in Veneto, in Sardegna, in Sicilia, per citare solo le più note). Naturalmente anche in altri paesi moderni esistono partiti monotematici, ma solo in Italia il loro numero è così elevato e sono così tanti i partiti artificiali, nati nei laboratori di ristrette élite politiche, economiche o intellettuali.

Il secondo presupposto è che, quando si è in minoranza in un partito, la via maestra per far valere le proprie opinioni sia fondare un nuovo partito (anziché costituire una corrente, o combattere una battaglia politico-culturale). È questo il meccanismo che fa naufragare tutte le fusioni fra partiti: se il partito A e il partito B decidono di unirsi, le loro minoranze estreme – ossia le correnti che per opposti motivi non gradiscono la fusione – rinunciano a combattere la loro battaglia all’interno del nuovo partito (AB) e trovano naturale «dar vita» a due nuove formazioni politiche, la prima (a) che presume di conservare incontaminata l’eredità di A, la seconda (b) che presume la stessa cosa per l’eredità di B. Di qui la ferrea legge empirica: A + B = AB + a + b. Ovvero: ogni tentativo di fondere 2 partiti tende a farne nascere altri 2, così anziché passare da 2 a 1 si rischia di passare da 2 a 3.

È esattamente quello che sta succedendo in questi giorni con la nascita del Partito democratico: mentre Fassino e Rutelli «danno morte» ai rispettivi partiti (Margherita e Ds) per fonderli in un unico partito, gli scontenti di Margherita e Ds «danno vita», rispettivamente, al Partito liberaldemocratico (a) e al Partito socialista (b), ossia a due formazioni politiche la cui missione è resuscitare lo spirito più autentico dei due partiti originari, colpevolmente uccisi dai loro leader.

Ma non basta, perché c’è anche un terzo presupposto mentale che favorisce la proliferazione di partiti e movimenti: la credenza che qualsiasi idea politica abbia esistenza in almeno due varianti incompatibili, una di destra e una di sinistra. Supponete che a qualcuno venga un’idea di senso comune, ad esempio che dobbiamo preservare l’ambiente, o sostenere i valori della famiglia, o difendere i consumatori, o favorire lo spirito civico e la partecipazione politica. In Italia non solo scatta il riflesso condizionato di fare subito un partito o una lista che reclama i nostri voti in nome di quella più o meno brillante idea, ma l’idea stessa tende a replicarsi in due o tre varianti, una di sinistra, una di destra, e talora persino una terza, né di destra né di sinistra. Avremo così due o più liste verdi, due o più liste cattoliche, due o più liste dei consumatori, due o più liste civiche. Anche qui, è esattamente quel che si sta ripetendo sotto i nostri occhi proprio ora. In molti si sono accorti del distacco fra i cittadini e «la casta», ma da questa consapevolezza rischiano di scaturire ben tre liste elettorali distinte: a sinistra i pardini, a destra i brambillini, in mezzo i grillini.

Richiamando l’attenzione su questi meccanismi, non voglio in nessun modo addossare ogni colpa ai «creativi» che inventano un partito al giorno. Se i nuovi soggetti politici proliferano come funghi d’autunno, è anche perché nei partiti maggiori la partecipazione è soffocata, i burocrati imperano, il dibattito è astratto e poca, pochissima, è la voglia di capire, di ascoltare, di misurarsi davvero con i problemi dell’Italia. Forse, la verità è che burocrati e creativi sono solo due facce della stessa medaglia, la triste medaglia della democrazia italiana.

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