Ma il Paese non li aiuta

(5 Ott 07)

Tito Boeri
Nel suo discorso al Senato volto a illustrare la Finanziaria 2008, il ministro per l’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha rivendicato a sé e al governo Prodi il merito di aver sensibilizzato il Paese sui costi di una politica economica miope, che ipoteca il futuro delle giovani generazioni.

Il curriculum personale del ministro non lascia dubbi circa il suo impegno a favore dei «bamboccioni».

Ma è stato il governo capace di convertire questa maggior consapevolezza in azioni concrete? Perché il forte extragettito non è stato destinato alla riduzione del debito pubblico, che grava sulle spalle delle giovani generazioni (80.000 euro per ogni italiano con meno di trent’anni)?

Perché per ogni euro destinato ai giovani oggi se ne spendono 3 e mezzo per chi ha più di sessantacinque anni e perché la Finanziaria 2008 ha ridotto le spese per i giovani mentre ha aumentato ancora di più la già altissima quota di spesa pubblica destinata alle pensioni? Il fatto è che la politica italiana ignora i giovani da molto tempo. È un problema che viene da lontano, da quei dodici governi che in dieci anni, tra il 1982 e il 1992, hanno fatto raddoppiare il nostro debito pubblico e fatto aumentare di un terzo la spesa previdenziale per consentire a lavoratori e pensionati di aumentare il loro tenore di vita a scapito delle generazioni future.

Il libro che ho scritto con Vincenzo Galasso, Contro i giovani – Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni (in uscita da Mondadori), documenta il peggioramento della condizione relativa alla situazione dei giovani in Italia, tra le carenze del sistema scolastico, l’incubo del precariato e la difficoltà ad emanciparsi dei propri genitori. Lo scarso impegno verso i giovani è anche il frutto di un Paese e di un elettorato che invecchia. L’interesse dei politici si concentra sulle generazioni più numerose e dunque più rilevanti elettoralmente. Oggi l’elettore mediano ha 45 anni e sta invecchiando. Eppure il conflitto tra generazioni su come allocare le risorse nuoce al Paese. Anziani ed elettore mediano vivono meglio in un Paese che cresce. Toccherebbe alla classe politica sanare questo conflitto latente. Spiegare ai padri – e ai nonni – perché conviene investire sui figli. Non solo sui propri, anche su quelli degli altri!

Se la politica italiana è miope, in parte è perché i nostri politici sono più anziani che altrove: il presidente del Consiglio ha sessantasette anni, e l’età media dei nostri ministri è cinquantotto anni contro i cinquantadue della Francia, i cinquantatré della Spagna e i 54 del Regno Unito. Così si governa con orizzonti brevi e con il desiderio di durare il più a lungo possibile. Una combinazione molto sfavorevole per prendere decisioni di lungo periodo che riguardano la crescita economica del Paese e il futuro delle giovani generazioni. Ma la soluzione non è mandare in pensione i politici e sostituirli con dei giovani. Le quote per età o i limiti di età sono l’antitesi della meritocrazia.

La vecchiaia non è sinonimo di inefficienza o peggio di inettitudine, come la gioventù non assicura competenza. La gerontocrazia della nostra classe politica è piuttosto il sintomo di mancanza di meritocrazia, di scarsa selezione e di mancanza di ricambio. C’è poca competizione nella politica italiana. E quando avviene è interna ai partiti. La carriera politica dipende più dalle segreterie nazionali che dagli elettori. E poi chi arriva a posizioni di comando non sente il dovere di rinnovarsi, di aggiornare le proprie conoscenze, di circondarsi di collaboratori dinamici ed esperti. La politica è diventata più che mai autoreferenziale.

Negli ultimi mesi si è molto parlato dei costi della politica, identificati nei compensi dei parlamentari (ignorando spesso le caste della politica locale) e la politica ha reagito con i primi – timidi – tagli. Ma i veri costi della politica non si fermano qui. Il fatto è che i politici italiani non solo costano molto, ma soprattutto rendono troppo poco. Affinché si possa ovviare alle molte scelte di politica economica fatte in passato, che hanno tradito le giovani generazioni, è necessario migliorare i processi di selezione della classe politica. Come? Con più trasparenza, più competizione, più accountability e più controllo da parte delle giovani generazioni. La partecipazione politica dei giovani potrebbe essere aumentata estendendo il diritto di voto ai sedicenni come in Austria. Questo ridurrebbe di un anno l’età dell’elettore mediano. È uno choc salutare, ma non basta.

Bene anche il ricorso alle primarie, se davvero aumenta la trasparenza dei processi decisionali e riduce il peso delle segreterie di partito, aumentando la competizione tra candidati anche a livello locale. Ma è soprattutto il ritorno a un sistema maggioritario, dove i rappresentanti politici sono più controllati dai loro elettori, che consentirebbe di aumentare la competizione e la accountability verso il loro elettorato. I costi della politica sono stati fatti lievitare dalla legge elettorale adottata due anni fa. L’esperienza delle passate legislature mostra che i deputati eletti con il maggioritario hanno un minore assenteismo di quelli eletti col proporzionale. Se la classe politica vuole davvero evitare un plebiscito contrario come nel 1991, deve rimettere mano alle regole elettorali, permettendo agli elettori di scegliere sulla base della qualità dei candidati prima ancora che del loro colore politico.

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