Le due società civili

(5 Ott 07)

Lucia Annunziata
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine».

Parole non di Beppe Grillo, ma di Enrico Berlinguer in una celebre intervista del 1981, a firma di Eugenio Scalfari. Verrebbe da chiedersi, a leggere queste parole, quanto grande sia la distanza (e capire cos’è successo nel frattempo) fra quel partito di Berlinguer e i suoi epigoni. Ma qui non si vuole (e non si osa) fare storia. L’affermazione di Berlinguer ci porta all’oggi per un’altra strada: il leader politico concludeva infatti che il rinnovamento, contro la decadenza della politica e la conseguente «questione morale», dovesse venire dalla società civile.

E da allora la sua idea è rimasta nella memoria profonda della sinistra italiana: periodicamente infatti la formula è stata riproposta – da movimenti ribelli recenti come i girotondi, o dai vecchi gruppi di deputati di «sinistra indipendente», dalle mobilitazioni popolari anticorruzione alla riproposta di rinnovamenti generazionali o di gender. Fino a oggi. Tempo in cui la società civile viene riproposta come un’idea stessa di partito: le primarie per costruire il Partito democratico sono infatti la celebrazione e la formalizzazione di questa sua funzione salvifica della politica.

Con un caveat. E non da poco. Per una concomitanza di eventi imprevedibili, di cui il maggiore è certamente l’adunata di Grillo, proprio in questo momento una serie di pensatori politici fra i più influenti nel centro sinistra osano domandare l’indomandabile: ma esiste poi la società civile?

L’effetto Grillo su questo dubbio è evidente. Vero: il fenomeno è stato etichettato nella casella antipolitica. Ma lo scossone si è sentito anche, e soprattutto, proprio nella definizione del rapporto fra società e politica. È difficile infatti non notare che proprio mentre la società civile viene incoronata protagonista del Partito democratico, la stessa società civile scende in piazza con la pretesa di mandare a quel paese tutti i partiti, incluso il nascente Pd. Da cui una lunga fila di domande. Ci sono allora forse due società civili? Quella di Grillo è società civile? Se lo è, bisogna ascoltarla? Anche se è distruttiva? Anche se va addosso a un governo amico della sinistra? E in che relazioni sono fra loro queste società civili: una che «costruisce» nel Partito democratico, l’altra che lo distrugge? O, dubbio supremo, si tratta forse di una buona e l’altra cattiva?

A complicare le cose ci si è messo il premier Prodi, che, preso alla sprovvista come tutti, ha rilanciato: la società civile non è migliore della politica che la rappresenta. Affermazione che – portata alle sue estreme conseguenze – ha dentro un forte elemento di delegittimazione del processo del Partito democratico. Se infatti la prima non è migliore della seconda, dove va a finire il principio della società civile che rigenera la politica?

Qui è il dibattito. E non è un caso che per la prima volta ci siano segni di un certo disagio dentro un’area di intellettuali di solito molto netti. Ad esempio, su Repubblica lo storico Ginsborg, voce molto influente del girotondismo, cioè di un movimento che ha fatto una bandiera della società civile, sotto il titolo: «Società civile. È davvero migliore del Palazzo?», dopo averla celebrata, aggiunge: «A queste caratteristiche di fondo, bisogna aggiungerne altre, purtroppo tutte negative. Manca in Italia una vera tradizione di autonomia della società civile. Quest’assenza, legata alla debolezza della tradizione liberale, ha permesso ai partiti di occupare i posti di comando delle istituzioni e della società, mossi non dal desiderio di democratizzare Stato e società, come vorrebbe la società civile, ma con l’intento di imporre un modello ferreo di auto-perpetuazione, di origine democristiana». Il che suona come un’indubbia limitazione del potere di redenzione della società civile. Il Manifesto, che è pronto a capire i sintomi della crisi di un concetto, rilancia pubblicando un pezzo di Lucio Colletti d’annata, il 1969, con questa motivazione: «Da allora sono passati quasi quarant’anni, ma non abbiamo cambiato parere: il Palazzo è ancora il figlio legittimo della società, che arbitrariamente si autodefinisce civile». Un colpo d’ala marxista, insomma, da parte del quotidiano che ancora si definisce comunista e che ripropone la «società delle classi» in opposizione alla molto generica «società civile».

Ma il colpo d’ascia indiretto e fatale inflitto all’intera idea può essere considerato la serie di articoli con cui il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, affossa il fenomeno Grillo: la piazza di Bologna come l’ennesimo riproporsi del virus del qualunquismo, populismo, anarco-individualismo che corre da sempre nelle vene dell’Italia. Se così è – e così potrebbe essere -, come affidare alla società civile nientemeno che la creazione di un nuovo partito, la salvezza della politica?

E dire che un grande pensatore della politica, come Bobbio, sulla società civile aveva tracciato una strada chiara. Nel Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino (Utet), la società civile viene designata in tre diversi rapporti con lo Stato: pre-statale, anti-statale, post-statale. Mai, tuttavia, come rigenerazione dello Stato.

Sarà per tutto questo che, alla fine, le liste del Pd , per quanto accattivanti, dense di nomi, e animate da un vero entusiasmo, sembrano straordinariamente poco nuove. Più un’operazione per portare dentro un pezzo di politica che era in attesa di entrare, che l’annuncio di un rigoglioso nuovo organismo.

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