Il limbo Romano

(4 Ott 07)

Augusto Minzolini
Da ieri Vincenzo Visco è un vice-ministro racchiuso in una sorta di limbo politico: l’aula di Palazzo Madama ha respinto sì la mozione di sfiducia nei suoi confronti, ma per la prima volta nella storia della Repubblica la maggioranza di governo non ha potuto rinnovargli la fiducia con l’ordine del giorno di rito perché altrimenti sarebbe andata sotto. Inoltre il governo è riuscito a respingere la richiesta di dimissioni solo grazie al voto di due senatori a vita e perché al Senato le astensioni vengono considerate per regolamento voti contrari. Appunto, Visco è un vice-ministro dimezzato che ha perso la delega che gli assegnava la responsabilità della Guardia di Finanza.

Ha subito, nei fatti, la stessa sorte del consiglio d’amministrazione Rai – altro organismo dimezzato – che per superare l’esame del Senato ha accettato di congelare il suo potere di nomina. Anche in quel caso, è storia di due settimane fa, la maggioranza di governo ha dovuto ritirare un ordine del giorno per non andare incontro ad una sconfitta. In fondo è lo stesso governo a essere dimezzato. Il risultato delle votazioni di ieri nell’aula di Palazzo Madama dimostra che la maggioranza è tale solo quando deve respingere un documento dell’opposizione, ma nel contempo si trova in grandi difficoltà o, in casi sempre più frequenti, addirittura nell’impossibilità di imporne uno suo. Per evitare che Visco vada a casa, e lo stesso vale per il cda Rai, deve affidarsi ai senatori a vita, agli espedienti parlamentari e deve esimersi dal presentare mozioni ed ordini del giorno. Per sopravvivere è condannata, insomma, all’immobilismo. «La verità – sostiene Gianfranco Fini – è che non c’è solo Visco nel limbo ma l’intero governo».

L’immagine del governo che sopravvive a condizione di stare fermo è quella che fotografa al meglio l’attuale situazione. Per resistere Prodi deve subire le bizze di Antonio Di Pietro. Deve accettare gli aut-aut di Clemente Mastella contro trasmissioni come Ballarò o Annozero. Deve corteggiare i senatori Bordon e Manzione. Deve lusingare Lamberto Dini magari offrendogli – è la voce messa ieri in giro da un esponente della maggioranza che giura di aver sentito uscire la proposta dalla stessa bocca del Professore – una vicepresidenza del Consiglio in un prossimo rimpasto di governo. E, soprattutto, deve varare una Finanziaria che non ha un colore, che è tutto meno che di svolta, ma è studiata apposta per accontentare la miriade di partiti e partitini, vecchi e nuovi, che compongono l’Unione.

Ma forse neppure questo equilibrismo esasperato può garantire al Professore la sopravvivenza: troppo esigui sono i margini della sua maggioranza al Senato e troppe le richieste che gli arrivano dalla destra e dalla sinistra dell’Unione. I voti di ieri al Senato sono stati solo un anticipo di quello che sarà per il governo l’esame della Finanziaria: una vera «via crucis». Per non parlare di quello che succederà sulle pensioni o sul welfare. Non potendo utilizzare più di tanto lo strumento della «fiducia» per rispettare le istruzioni di Napolitano, Prodi dovrà far fronte ad una montagna di emendamenti studiati apposta per mettere in risalto le contraddizioni della sua litigiosa maggioranza. Dini ha già fatto sapere all’opposizione che ne presenterà dei suoi. E la dinamica parlamentare vuole che la sinistra massimalista faccia altrettanto. Inoltre l’aria di elezioni che si respira in giro esalterà ancora di più i tratti di una Finanziaria che già molti hanno giudicato «elettorale».

In queste condizioni è difficile che il governo riesca a risalire la china dell’impopolarità. Anzi, c’è il rischio che la caduta nei consensi continui. Negli ultimi sondaggi il Pd non sale e la sinistra massimalista, da Rifondazione a Pdci, scende. E a livello periferico cominciano ad esserci le prime fughe: ieri l’Udeur ha perso il suo unico parlamentare europeo, Armando Veneto, che ha fondato un suo nuovo gruppo. E, ultimo incubo, sullo sfondo c’è il macigno del referendum elettorale che un governo condannato all’immobilità e all’impopolarità non è nelle condizioni di impedire. Di fatto le speranze del Professore sono affidate alle paure di Pierferdinando Casini e Umberto Bossi. Una speranza labile visto che per evitare il referendum non ci vuole una legge elettorale, bastano le elezioni. La sensazione, quindi, è che il governo rotoli inesorabilmente lungo un piano inclinato. È la ragione dell’euforia di Silvio Berlusconi. Ieri al Senato circolava la foto del Cavaliere che gioca nel suo studio a Palazzo Grazioli con un piccolo gatto persiano e un topolino meccanico: il micio lo ha chiamato Miele, il topolino Romano.

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