Veltroni al bivio

(1 Ott 07)

Andrea Romano
Che cosa sta pensando Walter Veltroni del malessere sempre più grave che affligge la maggioranza di centrosinistra?

Ma soprattutto: come immagina di muoversi nella fase che sta per aprirsi negli equilibri politici, di fronte a quella sorta di «slavina» – come ha scritto Riccardo Barenghi sulla Stampa – che già dalle prossime settimane potrebbe mettersi in moto e condurre a elezioni anticipate?

Si sa che sull’argomento le scuole di pensiero sono due. La prima vuole un Veltroni interessato ad affrettare il voto per sfruttare quell’effetto-freschezza che gli verrà dall’investitura a leader del Partito democratico, ma che non potrà certo durare più di qualche mese. La seconda lo immagina impegnato a favorire per il dopo-Prodi un governo tecnico o di transizione, una qualche forma di cuscinetto che gli permetta di mettere quanto più spazio tra l’eventuale fallimento della maggioranza e il momento in cui dovrà presentarsi alla prova elettorale. Entrambe queste letture poggiano su una prognosi pesantemente negativa per il governo Prodi e su percezioni non proprio incoraggianti della popolarità di cui godrebbe il centrosinistra presso l’elettorato.

Ma forse esiste un terzo scenario, non troppo cervellotico se si guarda alle mosse più recenti del leader in pectore. Quello secondo il quale Veltroni avrebbe già messo in conto la sconfitta del centrosinistra alle prossime elezioni e la possibilità di guidare dall’opposizione un Pd finalmente libero dalla zavorra dell’alleanza obbligata con la sinistra radicale e con i settori meno affidabili del centro. Quel Pd «a vocazione maggioritaria», come ebbe a definirlo lui stesso qualche settimana fa, capace di giocare una partita in proprio per conquistare nel Paese il consenso a un programma di governo pienamente innovatore. Un Pd svincolato da ogni compromesso, affrancato dai debiti pregressi, liberamente lanciato verso l’orizzonte di nuove idealità e così vicino al profilo di quel leader che Veltroni ha sempre detto di voler essere.

Naturalmente Veltroni si impegnerebbe a fondo, sin dall’indomani del 14 ottobre e poi lungo tutta la campagna elettorale, per ribaltare i pronostici più sfavorevoli e condurre il centrosinistra nuovamente alla vittoria. Ma forse gli equilibri politici nel Paese sono irrimediabilmente danneggiati, forse lo smottamento di consensi ha già ampiamente superato l’esile margine che aveva dato la maggioranza all’Ulivo nel 2006. Insomma, forse la slavina è già in moto e come qualsiasi leader politico anche Veltroni si sta predisponendo a un’ipotesi diversa da quella del trionfo immediato.

Al di là dell’esercizio di fantasia, sta di fatto che Veltroni ha assunto nelle ultime settimane una postura simile a quella di leader di opposizione. A suggerirlo non è solo il dualismo con Romano Prodi, di cui si è già scritto. Ma soprattutto la serie di dichiarazioni – su welfare, fisco, lavoro, istituzioni – che segnalano un posizionamento via via più distante dall’ortodossia di centrosinistra così come si è manifestata in questi ultimi anni. Così come non è priva di significato la scelta di collaboratori che – da Nicola Rossi a Stefano Ceccanti, a Tito Boeri – rappresentano il meglio della fragile cultura politica riformista espressa dall’Ulivo. Complice un certo appannamento della campagna per le primarie di Enrico Letta, che avrebbe dovuto essere il «candidato innovatore» per eccellenza, Veltroni sembra voler occupare uno spazio che è da sempre minoritario nell’attuale centrosinistra, ma che potrebbe diventare il punto di ripartenza dopo un’eventuale sconfitta.

È presto per dire se sia davvero una cosa seria o piuttosto la pianificazione di un’accorta strategia di sopravvivenza. Intanto appare del tutto credibile quanto detto al Corriere della Sera dallo stratega veltroniano Goffredo Bettini: «Il progetto del Pd è l’ultima carta che abbiamo in mano». Tanto vale, si penserà forse dalle parti del Campidoglio, giocarsi davvero quell’unica chance dopo una sconfitta elettorale la cui responsabilità potrebbe essere addossata al «centrosinistra di vecchio conio».

In ogni caso, l’anomalia tutta italiana di questo scenario consiste nell’immaginare un leader che non solo prevede di sopravvivere alla sconfitta, ma che mette in conto proprio l’insuccesso elettorale come perno di un’operazione di rinnovamento. Diversamente da quanto accade in qualsiasi altro partito occidentale, dove il candidato che perde si fa da parte e dove l’innovazione muove dall’azzeramento dei gruppi dirigenti responsabili della disfatta. Ma d’altra parte l’Italia ha le sue peculiarità, tra cui la tenace persistenza delle leadership politiche. E fors’anche la costrizione a fare affidamento sulla sconfitta come unica strada per quell’innovazione che non si è riusciti a costruire sfidando a viso aperto i conservatorismi del proprio campo.

Certo è che tra i prezzi da pagare in questa ipotesi di fantasia vi sarebbe anche il ritorno di Berlusconi alla guida del Paese, per la terza volta nella vita politica della generazione dei post-comunisti. Ma chissà che anche questo non sia stato messo nel conto di una partita nella quale resterebbe solo da chiarire il piccolo dettaglio rappresentato da Romano Prodi e dal governo da lui guidato.

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