L’esempio tedesco

(1 Ott 07)

Carlo Bastasin
E’difficile che la Finanziaria che il governo sta presentando possa davvero rispondere ai tre obiettivi classici di sviluppo, rigore ed equità, senza privilegiare il primo dei tre cardini: l’aumento della crescita. L’esperienza tedesca degli ultimi anni, spesso evocata a riferimento della politica economica italiana, testimonia che solo rendendo dinamica l’economia – con riforme strutturali e non solo con tagli fiscali – si aggiustano i conti pubblici e si migliora l’equità.

Le conseguenze si fanno sentire sulla qualità della politica e sul consenso dei cittadini più di quanto non possano fare le misure tampone dell’antipolitica in discussione in Italia o le forme di redistribuzione previste dalla Finanziaria.

Un italiano che avesse seguito il dibattito parlamentare tedesco sui conti dello Stato avrebbe fatto fatica a raccapezzarsi. Solo due anni fa il deficit tedesco era al 3,2% del Pil. Nel 2006 era sceso all’1,6. A giugno la Commissione europea ha ritirato la procedura del 2003 per deficit eccessivo (che continua a gravare sull’Italia). Quest’anno il bilancio dovrebbe chiudersi in attivo, il primo da quasi vent’anni, cioè dalla riunificazione delle due Germanie e il primo da anni in un Paese del G7.

Tuttavia nel dibattito al Bundestag i partiti della Grande coalizione non hanno festeggiato, si sono mossi guardinghi, l’uno a controllare l’altro, si sono rincorsi in proposte di riforma per fissare in norma di legge l’obbligo futuro del pareggio del bilancio. Una riforma delle finanze pubbliche era stata varata, d’altronde, anche dalla prima Grande coalizione nel 1967. Nonostante l’eccellente risultato dei conti, l’opposizione, anche di sinistra, ha duramente attaccato il governo per l’ambizione insufficiente nel tagliare le spese e il debito pubblico (67% del Pil). I media si sono accaniti contro lo scarso impegno nei confronti delle generazioni future e hanno indagato sulla reale esistenza di un «tesoretto» dieci volte maggiore di quello italiano. Infine il ministro delle Finanze, Peer Steinbrueck, anziché appropriarsi dei meriti del pareggio dei conti, lo ha messo in dubbio, rinviandolo al 2011, forse per poterlo sfoderare nel 2009, anno delle elezioni federali.

Quello che si è innescato in Germania è un circolo virtuoso sia politico sia economico. Quello politico fa sì che il successo e la virtù fiscale disciplinino e rinvigoriscano il discorso pubblico, così la critica alla politica, anziché trasformarsi in antipolitica, si traduce in un controllo sociale sempre più ravvicinato sulle spese e i comportamenti pubblici. Altrettanto chiaro è il circolo virtuoso dell’economia: le riforme hanno ridato vigore all’economia che sta ripagando lo sforzo di governo con un bilancio pubblico che restituisce margini di manovra alla politica.

Un’istituzione poco incline agli entusiasmi come la Bundesbank descrive nel bollettino di agosto quanto sta accadendo: l’andamento della finanza pubblica è «molto positivo» grazie alla crescita dell’economia che ha benefici sia sulle entrate, sia sulle spese. Profitti e redditi producono aumenti delle entrate in media del 14% superiori al 2006, mentre scende la spesa per i disoccupati, il cui numero è crollato, e per gli stipendi pubblici rimasti moderati negli ultimi anni. La sola riduzione del deficit 2007 porta risparmi sensibili (4 miliardi) nel bilancio 2008. Così le spese correnti lasciano spazio a un aumento degli investimenti pubblici e, attraverso la riduzione del prelievo sulle imprese, anche agli investimenti privati che sosterranno la crescita futura e il definitivo risanamento dei conti. La Bundesbank parla di «Vorbildfunktion» che la Germania torna a ricoprire in Europa: la vecchia fissazione di essere da «modello» agli altri, che per vent’anni non era più stata sbandierata.

Il ritorno della Germania ha una storia lunga almeno tre lustri. Cominciata con le riforme del mercato dei capitali e poi con quelle del lavoro lungo i cancellierati Kohl, Schroeder e Merkel. Un’opera resa straordinariamente difficile dalla coincidenza tra oneri della riunificazione e nuova concorrenza globale. I risultati sono arrivati e hanno migliorato anche la vita pubblica: il consenso per chi guida il governo è straordinariamente alto. Il circolo virtuoso è dunque possibile, anche se richiede uno sforzo politico stabile e prolungato, talora fino a superare le divisioni interne.

Esistono sostanziali differenze tra Germania e Italia. Prima di tutte la struttura del capitalismo. La riforma dell’economia italiana non passa dai grandi interlocutori del lavoro e del capitale, ma da una miriade di interessi locali, particolari, talvolta nascosti e spesso connessi al potere pubblico. Non è un caso che l’obiettivo delle riforme siano le lobby (lo «specchio frantumato» della società) e che l’interlocutore politico sia direttamente il cittadino o il consumatore. Riforme di tale tipo difficilmente sono «politicamente di parte» senza prefigurare una società ideologizzata, o senza sconfinare nel populismo. È difficile, in assenza di dialogo su tali temi, protestare per l’antipolitica.

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