Tornare al mondo reale

(30 Set 07)

Barbara Spinelli
La guerra contro il terrorismo in cui siamo ormai immersi da anni sta assumendo aspetti bizzarri, senza precedenti nella storia recente. È un’offensiva sempre più ideologica, che perentoriamente abroga fatti, protagonisti scomodi, antinomie. Ideologizzare vuol dire inventarsi un mondo, sostituirlo alla realtà, installandovisi come ci si insedia nell’universo virtuale di Second Life, dove gli abitanti si chiamano avatar. Questa sottrazione di fatti e persone seccanti contamina anche le parole, trasformandole in stereotipi cui si resta affezionati perché il pensiero scorre come un fiume facile quando gli argini son fatti di cliché.

Le reazioni a quel che è accaduto l’ultima settimana, con il sequestro e il ferimento di due agenti italiani in Afghanistan, sono tipiche di questo accomodarsi con l’irreale ideologico. I soldati sono evocati per dire che la guerra deve continuare immutata, essendo le alleanze un sacro tempio e la missione non paragonabile all’irachena, dal momento che fu benedetta da Nato e Onu. È una missione non finita, tutt’al più: non da rivedere. Rimetterla in questione è vizio d’una sinistra pacifista e inaffidabile. Difenderla è invece riformista, encomiabile.

Importa chi parla e le parole più o meno ortodosse che usa, non quel che il parlante dice. D’altronde questa predilezione ideologica impregna da principio le guerra del terrore, come rivelò nel 2004 lo studioso Ron Suskind sul New York Times. Già nel 2002, prima della guerra in Iraq, un consigliere di Bush gli disse: «Il mondo come funziona è ormai un altro. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora». Gli avversari-sabotatori sono accusati d’appartenere alla cosiddetta «reality-based community», la comunità che si basa sulla realtà anziché sulla fede (faith-based community). I realisti vedono cose incontrovertibili: disastro iracheno, caos afghano, potenza iraniana in ascesa. Ma quel che vedono son fole, assicurano gli avatar. Gli avatar non amano né l’illuminismo né la sinistra, ma hanno qualcosa che li accomuna a Sartre: i danni dell’ideologia (ieri era il comunismo sovietico) meglio nasconderli «per non disperare l’operaio Renault» (pour ne pas désésperer Billancourt).

La realtà tuttavia rimane e resiste: la guerra afghana non è semplicemente incompiuta, ma prossima a fallire per vari motivi. Perché attorno tutto sta scompigliandosi: l’Iraq stravolto, l’Iran che s’è visto spuntare ali e aspira all’atomica senza in fondo temere interventi Usa. E perché le divergenze si moltiplicano, tra gli alleati che sconfissero i talebani nel 2001: gli europei puntano i piedi, il Giappone è sull’orlo di congedarsi, la Corea del Sud ha annunciato il ritiro. La realtà è una diffusa sconfitta dell’occidente, con effetti ineluttabili sull’Afghanistan: solo i fideisti parlano di incidenti di percorso credendo che il resto possa restar imperturbato.

I governanti democratici hanno di sicuro le loro ragioni, quando dissimulano i tracolli: ammetterli darebbe ragione a Al Qaeda e Al-Zawahiri, enumeratore delle disfatte Usa. Ma nei dialoghi a quattr’occhi tra europei e americani urge un chiarimento, che rompa con le fantasie e si riconnetta alla comunità dei realisti. Urge ridefinire le missioni, compresa l’afghana che è in bilico. Urge riconoscere e analizzare gli errori, non per disfattismo ma per migliorare presente e futuro. Ma soprattutto urge riconoscere che inviare più truppe in luoghi di conflitto può accentuare le irresponsabilità dei dirigenti locali, e che l’Iran di Ahmadinejad, avversario particolarmente agguerrito, estende oggi la propria influenza sino a Kuwait e Arabia Saudita grazie alla fine di Saddam, al potere sciita in Iraq, all’allontanamento dei talebani sunniti lungo i confini orientali. Probabilmente converrà occuparsi ancora dell’Afghanistan, ma non basta ripetere il cliché secondo cui la guerra è diversa da quella irachena e non ha alternative. Anche questa è realtà immaginata. L’avallo di Onu e Nato giustifica il passato, non il presente mutato. Ridiscutere la missione occorre in ogni caso, quale che sia la sua originaria legittimità.

In Italia è specialmente difficile, perché l’ideologia impregna ogni cosa più che altrove. Se dici che la guerra non ha molto senso o va ridiscussa sei un classico fedifrago di sinistra. Un’accusa che paralizza sinistra e governo, timorosi di rompere una continuità che esiste solo nelle menti e che consente a Berlusconi di egemonizzare perfino la nostra politica estera. Che chiude l’Italia in una camera a porte chiuse, impedendole di vedere le crescenti divergenze occidentali sull’Afghanistan. Le descrive un rapporto del Servizio di Ricerca del Congresso Usa (Crs), presentato il 16 luglio scorso. In esso si elencano discordie sempre più profonde fra alleati, su natura e obiettivi della missione. Il nostro governo è il più prudente. Praticamente non c’è Paese coalizzato con gli Stati Uniti, oggi, che ne condivida l’azione e le finalità.

Il vero Paese riluttante non è l’Italia, ma la Germania di Angela Merkel, osserva il rapporto smentendo gli oppositori di Prodi. È quest’ultima ad avere più obiezioni (i caveat); a non volere la fusione reclamata da Bush fra la ricostruzione affidata dalla Nato all’Isaf e l’operazione antiterrorista americana Enduring Freedom. È Berlino a non voler spostare i propri soldati, né cambiare la propria missione. Quasi tutti inoltre son convinti che il male maggiore «non siano insorti, ma l’assenza di un governo afghano funzionante»: i talebani sono tornati a dominare il Sud-Est perché il governo centrale latita. Germania e Olanda protestano poi per il trattamento Usa dei prigionieri di guerra a Abu Ghraib e Guantanamo. Solo in Italia la discussione seria è uccisa prima di nascere, falsata com’è da assurde commistioni fra politica interna ed estera. La vera discussione, che dovrà un giorno cominciare, concerne alcuni punti fondamentali: la perdita di leadership americana, e la vittoria strategica dell’Iran.

La perdita di leadership americana ha più cause. C’è in primo luogo l’incompetenza dell’amministrazione Bush. E c’è l’ignoranza dei neoconservatori a proposito dell’Islam: gli sciiti in Iraq, secondo Wolfowitz, non avevano nulla a vedere con l’Iran. Errori simili sono misfatti. Ci sono infine le bugie di Bush, irrefrenabili: ieri sulle armi di distruzione di massa, oggi sui successi in Iraq, in Afghanistan, sugli aiuti che Ahmadinejad fornirebbe ai sunniti in Iraq o ai talebani in Afghanistan. Nessuno gli crede più, e questo riduce in cenere la leadership Usa. Lo stesso imperialismo americano s’è fatto fittizio. L’imperialista ha poteri d’azione e influenza che Washington al momento non possiede. Al massimo è capace di quello che Michael Ignatieff chiama impero light, imperialismo «fatto in fretta» e per il palcoscenico.

Il secondo punto è la vittoria strategica dell’Iran. Quel che è accaduto fa impressione: lo spiega bene Peter Galbraith sul New York Review of Books dell’11 settembre. Con la sua guerra, Bush ha permesso a Teheran di ottenere quel che gli ayatollah non avevano ottenuto nella lunga battaglia con Saddam, negli Anni Ottanta: ha facilitato eventi a Baghdad che ora giudica pericolosi; ha dato forza alle milizie Badr e allo Sciri (Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq), la cui fedeltà all’Iran è totale. Il risultato è che l’Iran non crede che Washington sia in grado di attaccare, e non solo perché Bush non ha truppe sufficienti ma perché rischierebbe la vita dei propri soldati in Iraq, visti i legami fra Baghdad e ayatollah. La bomba iraniana da questo punto di vista è inarrestabile e anche se nasce da progetti iraniani antichi, risalenti allo Scià, è stata facilitata dalle sconfitte occidentali. Per questo è essenziale tornare alla realtà, ammettere errori di calcolo e azione. Restaurare una dissuasione verso l’Iran non può avvenire altrimenti.

L’Europa non ha torto quando tenta di mediare: premendo su Teheran, vegliando sull’Afghanistan per evitare derive. Ma i fatti occultati impongono scenari ben diversi. L’Iran vincente ha bisogno di trattare direttamente con Washington, ora che – grazie all’America stessa che ha eliminato tutti i suoi rivali regionali – il suo contenzioso non è più con Stati vicini. Davanti a Ahmadinejad ci sono gli Stati Uniti e mezzo secolo di rapporti impestati, cominciati con l’assassinio nel ‘51, ai tempi di Eisenhower, del premier Mossadeq. La voglia di bomba ha radici in quell’evento: l’Iran, antichissima civiltà, non vuol esser terra di conquista e di umiliazione ininterrotta. L’Europa avrà come compito quello di incalzare l’America, perché ritrovi non una leadership ma almeno un po’ di buon senso: perché cessi questa mistura mortifera tra sentimentalismo e ideologia, fra l’emozione del sentirsi bene (il fattore feel good) e l’obbligo del far bene (do good). Perché sia restituito diritto di cittadinanza alla comunità che la politica vuol edificarla sul principio di realtà.

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