Riparte la giostra

(28 Set 07)

Michele Ainis
Come ogni anno, e per sei mesi l’anno, siamo caduti in uno psicodramma collettivo. Ma in questo caso la colpa non è di un comico politico, né di politici involontariamente comici.

La colpa è di uno strumento al passo con i tempi quanto una macchina da scrivere nell’era dei computer: la legge finanziaria. Quella dell’anno scorso rimane memorabile come il primo bacio. D’altronde era la prima finanziaria del gabinetto Prodi, anche se il medesimo copione era già andato in scena negli anni precedenti: l’esecutivo presenta alle Camere un progetto più corposo d’un libro illustrato; i parlamentari scrivono un’enciclopedia di emendamenti; il governo vara un maxiemendamento, sul quale pone la fiducia, prendere o lasciare. Il Parlamento prende, un po’ perché siamo ormai a Natale, dopo di che s’andrebbe all’esercizio provvisorio del bilancio. Un po’ perché nessuno ha voglia di mettere l’esecutivo in crisi, liberando le 102 poltrone occupate dagli amici. Un po’ perché ogni partito trova il pasto caldo nel ricchissimo menù cucinato dalle leggi finanziarie. Un po’ perché in queste circostanze i parlamentari non sanno nemmeno cosa votano: conoscono solo le norme che toccano il loro collegio elettorale.

Quanto all’ignoranza, non gli si può dar torto. La Finanziaria 2007 è stata un guazzabuglio di disposizioni eterogenee, nel quale c’era spazio per interventi sulla brucellosi, sui campionati di nuoto, sulla carta d’identità. Totale: 338 pagine di legge, impossibili da leggere. Tali interventi venivano messi in fila come cognomi sull’elenco telefonico: un solo articolo, ma con 1365 commi (record del mondo). Tanto che il Servizio studi di Montecitorio s’è accorto solo a cose fatte che tra i vari strafalcioni, ormai entrati in vigore, c’era anche la ripetizione della stessa norma in due distinti commi (436 e 438). Repetita iuvant. Ma non giova né alle istituzioni né al Paese questo buco nero che assorbe in un unico atto tutta l’attività legislativa dello Stato. Non giovano la rissa fra i partiti, i venti di crisi, i reciproci ricatti che di anno in anno accompagnano una legge trasformata in ordalia, in un giudizio di Dio.

Se n’è accorto perfino il governo. Già a novembre il ministro Chiti ha promesso agli italiani che non avrebbero mai più sperimentato un’altra finanziaria battezzata con queste procedure. A gennaio, nel conclave di Caserta, il ministro Padoa-Schioppa ha illustrato ai colleghi il progetto di riforma. La stessa Finanziaria 2007, al comma 474, ha varato una commissione per modificare il meccanismo. Tra gennaio e febbraio la riforma è rimbalzata per tre volte in Consiglio dei ministri: tre sedute a vuoto. I presidenti di Camera e Senato hanno levato l’indice sull’esigenza d’accorciare la sessione di bilancio, che s’allarga da giugno a dicembre. A febbraio il governo ha licenziato un documento d’indirizzo, consegnandolo alle commissioni parlamentari competenti. Risultato? Zero. L’ennesima prova d’impotenza, con l’aggiunta di un po’ di strafottenza. Sicché la giostra ricomincia: il ministro Mussi ha già annunciato norme in finanziaria per vietare ai rettori più di due mandati. Sarà anche giusto, ma che ci azzecca con la manovra di bilancio? E i ministri sono così certi che quest’insalata mista verrà poi digerita dal Capo dello Stato? Napolitano ha già fatto capire in più occasioni che non promulgherà un’altra Finanziaria come quella del 2007, con la tecnica del maxi-emendamento su un maxi-provvedimento. Siccome adesso è tardi per correggere le nostre maxi-procedure, limitiamoci almeno ad applicare quelle vigenti in modo rigoroso. A prenderle sul serio, vi s’incontra il divieto d’introdurre nella legge finanziaria norme localistiche o troppo settoriali, comunque prive d’effetti sull’erario. Ma in Italia la vera rivoluzione dei costumi sarebbe l’applicazione delle leggi.

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